L’Ipogeo del Paradosso: Se il protezionismo uccide l’accoglienza ed il viaggiare in libertà
di Redazione - 25 aprile 2026 08:30
REDAZIONE
Calabria Straordinaria il brand territoriale che da qualche anno spende in comunicazione ed attività di marketing per esaltare le potenzialità e bellezze del territorio deve fare i conti con la tristezza della realtà. Esistono immagini che valgono più di mille campagne di marketing territoriale e, purtroppo, quella andata in scena ieri a Reggio Calabria è un manifesto di anti-turismo.
La scena è semplice: un gruppo di visitatori svizzeri, l’incanto di un ipogeo millenario e, all’uscita, l’amaro risveglio: non un sorriso di benvenuto, ma la Polizia Municipale in assetto da sanzione, che blocca e chiede le generalità all’accompagnatore su segnalazione di qualche "sentinella" del settore.
Ebbene, in centinaia di viaggi e tour internazionali, è difficile imbattersi in una scena simile. La prontezza con cui la municipale, notoriamente sottorganico per gestire le emergenze reali della città, è intervenuta per un presunto illecito amministrativo di meno di dieci minuti lascia sbigottiti. Soprattutto se si considera che la "colpa" dell'accompagnatore era quella di tradurre ai suoi clienti le spiegazioni fornite da un membro autorizzato dell'associazione che gestisce il sito. Non si tratta di chiudere un occhio o non perseguire i reati ma in una situazione non chiara, prima di sfoderare il taccuino con gli articoli da riportare andrebbero fatte le doverose indagini.
Accade che mentre i decibel della movida sforano ogni limite e la sosta selvaggia paralizza il traffico, la macchina sanzionatoria ha scelto di accelerare proprio contro chi porta economia e visitatori in città. Il sospetto è che, dopo il giro di vite sugli autovelox, si sia passati a una nuova e discutibile "cassa": quella del turismo.
Da una parte i cittadini sognano che la spiaggia del waterfront possa diventare Phuket o Ipanema, che la città possa internazionalizzarsi e dall’altra ci si scontra con la realtà di una città che non sa proteggere il proprio decoro. Una città che ambisce al rango di meta turistica dovrebbe sanzionare con la stessa ferocia gli scarichi abusivi in mare e l'abbandono dei rifiuti sui marciapiedi. Dovrebbe ripulire le sue spiagge da detriti e incuria, elevandole a standard minimi di dignità, anziché rincorrere chi cammina tra le mura greche.
Mentre gli immobili fatiscenti e abbandonati vengono "conquistati" dai senza dimora nell'indifferenza generale, l'unico bersaglio colpito dalla rapidità d'esecuzione è l'ospite straniero. È una legalità strabica: inflessibile con il turismo, miope davanti al degrado strutturale.
Il fatto solleva un problema culturale profondo: un protezionismo asfissiante che nel resto del mondo è stato ormai superato dalla storia. In una realtà globale dove la mobilità è garantita da servizi come Uber o Grab, che offrono fluidità e accessibilità immediata, Reggio sembra voler alzare barricate medievali.
Se un operatore locale vede nel collega straniero solo un nemico da denunciare, e non un partner per far crescere il sistema, significa che abbiamo smarrito la bussola. E che vige ancora la legge di “questa è cosa mia”. Fermare un accompagnatore davanti ai suoi clienti non è legalità: è un’esecuzione sommaria dell’immagine della città. Non si tutela una professione impedendo a un turista di capire cosa sta guardando. La categoria delle guide dovrebbe e farebbe bene a diffondere le regole del comparto con spirito collaborativo, piuttosto che invocare imboscate repressive.
In fondo, ciò che è accaduto oggi all’Ipogeo è un attacco all'essenza stessa del viaggiare. Noi siamo, prima di tutto, viaggiatori nel mondo: esseri liberi di scegliere se vedere, ascoltare, conoscere o semplicemente osservare e respirare liberamente. Il viaggio non è una pratica burocratica da vidimare, ma un esercizio di scoperta che richiede aria, accoglienza e flessibilità.
Una città che mette recinzioni alla conoscenza e trasforma un momento di traduzione culturale in un caso di polizia ha già perso la sua sfida più grande. Perché il viaggiatore non cerca sceriffi, ma luoghi dove la bellezza possa essere respirata senza il timore di un'imboscata.