Reggio Calabria: la città che si anestesizza
Il vero errore è continuare a raccontare una sola Reggio
di Elisabetta Marcianò - 13 gennaio 2026 11:00
Chi mi conosce sa che esco raramente. Non per snobismo, né per disinteresse, ma perché tendo a osservare più che a partecipare. Ed è proprio per questo che, ogni volta che mi capita di uscire — soprattutto dopo le 20, passeggiando sul corso o entrando in qualche locale — la sensazione è sempre la stessa: una specie di corto circuito tra ciò che vedo e ciò che, da anni, sento raccontare su questa città.
Quello che vedo è chiaro e difficilmente contestabile. Lusso, o almeno la sua rappresentazione: abiti curati nei minimi dettagli, gioielli, trucco e parrucco impeccabili, macchine importanti parcheggiate in doppia fila, sorrisi larghi, studiati, quasi obbligatori. Ma soprattutto vedo una folla. Una folla vera, costante, che riempie le strade, i locali, i marciapiedi. E in mezzo a questa folla ci sono tantissimi giovani, ragazzi e ragazze tra i 18 e i 26 anni. Non pochi, non “quelli rimasti”, ma una presenza massiccia, visibile, rumorosa.
Si divertono. Bevono, mangiano, si baciano, si abbracciano. Parlano. E se ti fermi ad ascoltare, il racconto è quasi sempre lo stesso: viaggi fatti o da programmare, cellulari appena comprati, ristoranti, cene, esperienze. È un linguaggio leggero, brillante, apparentemente sereno. L’immagine complessiva è quella di una città viva, tutt’altro che povera, rassegnata e vittima del sistema. Ed è qui che nasce la domanda, inevitabile e forse fastidiosa: ma quelli che parlano di abbandono, povertà, mancanza di giovani e disperazione… abitano davvero qui? Sono sicuri di vivere a Reggio Calabria?
La risposta, col tempo, per me è diventata meno semplice di quanto sembri. Perché il problema non è stabilire quale delle due narrazioni sia vera. Il problema è accettare che convivano. E che, soprattutto, non si guardino mai.
La Reggio che si mostra la sera è una città concentrata, quasi compressa sempre negli stessi luoghi. Pochi isolati, gli stessi locali, gli stessi percorsi. Una vitalità intensa ma circoscritta, che non si espande e non rigenera il resto della città. È una socialità fondata sul consumo: consumare tempo, relazioni, esperienze, immagini. È il presente che si dilata fino a occupare tutto lo spazio disponibile, lasciando fuori il dopo.
Ed è qui che il lusso smette di essere una prova di benessere e diventa un indizio. Perché spesso non è ricchezza strutturale, ma rappresentazione. Dietro l’abito perfetto c’è il sacrificio, dietro la cena costosa c’è la rinuncia, dietro l’autonomia ostentata c’è una dipendenza familiare che dura ben oltre il normale. La povertà non sparisce: cambia forma. Diventa meno visibile, meno raccontabile, più solitaria.
In questo senso, la movida non smentisce il disagio sociale, ma lo maschera. È una risposta all’assenza di alternative reali. Quando mancano lavoro stabile, prospettive chiare, spazi culturali continui, il divertimento assume un ruolo centrale. Il sabato sera diventa il momento simbolico della settimana, l’unico in cui sentirsi parte di qualcosa, riconosciuti, presenti. Non è solo voglia di leggerezza: è una forma di anestesia collettiva.
E allora quella folla non contraddice lo spopolamento, lo anticipa. Molti di quei giovani sono “di passaggio” anche quando sembrano fermi. Vivono qui, ma pensano altrove. Restano in attesa. Reggio diventa una sala d’attesa: la si arreda, la si rende vivibile, la si riempie di rumore, ma non la si sceglie come destinazione finale. Si consuma il presente mentre, in silenzio, si prepara l’uscita.
Chi parla di abbandono, povertà e mancanza di giovani probabilmente abita davvero qui. Ma guarda un’altra città. Quella che non si vede dalle vetrine illuminate, che non affolla i locali, che non fa rumore. È la Reggio delle periferie silenziose, dei servizi carenti, delle occasioni mancate, dei giovani che non escono perché non possono permetterselo o perché hanno smesso di crederci. Una città invisibile, ma non marginale.
Il vero errore è continuare a raccontare una sola Reggio. O quella morta e disperata, o quella viva e “tutto sommato funzionante”. La verità è che Reggio è entrambe le cose, nello stesso momento. È piena di gente e, allo stesso tempo, profondamente sola. È vitale nel presente, ma fragile nel futuro.
Nei discorsi serali si parla di viaggi, di oggetti, di esperienze individuali. Raramente di lavoro, quasi mai di progetti collettivi, mai di città. È una narrazione frammentata, individuale, che non diventa mai comunità. Ed è forse questo il segnale più preoccupante.
Perché una città non muore quando le strade si svuotano. Muore quando smette di immaginarsi nel tempo lungo. E Reggio Calabria, oggi, sembra riuscire a immaginarsi solo fino a stasera.