Politica

Contro l’odio facile: coste, imprese, case e il confine tra abuso e sviluppo

Tra tempeste naturali e tempeste ideologiche: distinguere chi ha abusato da chi ha costruito valore lungo le nostre coste

di Francesco Nicolò - 21 gennaio 2026 15:11

In questi ultimi giorni le coste meridionali calabresi, siciliane e sarde sono tornate al centro dell’attenzione per la violenza di fenomeni naturali estremi: mareggiate, vento, piogge torrenziali. Il mare, ancora una volta, ha ricordato a tutti che non chiede permesso e non fa sconti. Ma insieme alla cronaca degli eventi, è riemerso un riflesso ormai automatico: l’odio verso tutto ciò che è costruito, vissuto, abitato lungo la costa.

Un odio indistinto, pigro, che non distingue e non ragiona. Che mette nello stesso calderone chi ha abusato e chi ha investito, chi ha saccheggiato e chi ha creato economia, lavoro, servizi.

Le coste non sono solo stabilimenti balneari o ristoranti. Sono anche ville, case, piccoli edifici residenziali che negli anni hanno alimentato un’economia locale reale: muratori, artigiani, tecnici, manutentori, giardinieri, fornitori, servizi. Case vissute, spesso tramandate, spesso frutto dei risparmi di una vita. Presìdi umani, prima ancora che immobili.

Senza queste presenze, molti territori sarebbero rimasti marginali, spopolati, privi di presidio e controllo. È un dato di fatto: dove l’uomo vive e investe, il territorio non è abbandonato. Dove non c’è nessuno, il degrado arriva comunque — silenzioso, invisibile, ma devastante.

E qui sta il punto che troppi fingono di non vedere: abuso e sfruttamento delle risorse non sono la stessa cosa.

L’abuso è illegittimo, predatorio, spesso criminale. Va combattuto senza esitazioni, demolito quando necessario, sanzionato sempre. Nessuna indulgenza.

Lo sfruttamento delle risorse, invece, è ciò che ogni comunità costiera ha sempre fatto: abitare, lavorare, adattarsi, convivere con un ambiente difficile e potente. È un equilibrio fragile, certo, ma è anche l’unico possibile.

Confondere deliberatamente le due cose significa fare propaganda, non tutela ambientale. Significa colpire chi rispetta le regole insieme a chi le viola. Significa fare terra bruciata culturale, prima ancora che urbanistica.

Le città sul mare non sono mai state luoghi immacolati. Sono nate da case addossate alla roccia, da vicoli stretti, da costruzioni che oggi non supererebbero alcun manuale tecnico, ma che raccontano secoli di adattamento umano. Case di pescatori che oggi diventano simboli identitari, cartoline, fotografie “pittoresche” tanto amate da chi, paradossalmente, le condanna.

Il mare dà e il mare toglie. Ma non è l’imprenditore, il residente, il cittadino che ha costruito con regole e sacrifici il nemico da combattere. L’uomo è l’anello debole, costretto ogni giorno a negoziare con una natura selvaggia e con fenomeni enormi, spesso imprevedibili.

E allora basta con l’odio sistematico. Basta con la demonizzazione di chi ha creato valore. Critichiamo, controlliamo, miglioriamo — sì. Ma smettiamo di criminalizzare chi ha dato vita, lavoro e identità ai territori costieri.

E soprattutto ricordiamo:

le serate d’estate, le cene sul mare, le luci dei lidi, i terrazzi affacciati sull’acqua, i luoghi che ci hanno permesso di vivere il mare, non solo guardarlo.

Tutto questo non è nato dal nulla. È nato da scelte, investimenti, rischi.

Difendere l’ambiente significa anche difendere una presenza umana consapevole, non invocare il deserto come soluzione morale. Perché una costa senza uomini non è più pura: è solo più fragile.

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