Territori fragili o fragilità delle scelte? Il conto che stiamo pagando
Dalla costa alla montagna le piccole comunità la conta dei danni impossibile da sostenere.
di Francesco Nicolò - 26 gennaio 2026 18:41
Per anni ci siamo raccontati una storia comoda: che certi territori fossero fragili per natura, troppo aridi, troppo esposti, troppo periferici, quasi condannati dalla loro stessa geografia. Una spiegazione rassicurante, perché se è la natura il problema, allora l’uomo non ha colpe.
Oggi, però, questa narrazione non regge più. Da Niscemi alla costa ionica Reggina , Letojanni, Santa Teresa di Riva, Furci siculo, Marzamemo solo per , il paesaggio racconta altro: non è la terra a essere fragile, è il sistema che la governa.
La siccità non è più un’eccezione e le piogge non sono più stagionali ma violente e concentrate, capaci in poche ore di trasformare strade in fiumi e versanti in frane. Il cambiamento climatico non è più materia da convegno: è cronaca quotidiana. E la verità più scomoda è che non possiamo dire di non saperlo. Gli studi c’erano, le mappe del rischio pure, i piani di assetto idrogeologico parlavano chiaro. I tecnici hanno scritto, le evidenze ignorate.
Niscemi, negli anni, quell’emergenza l’ha urlata. Il dissesto non è mai stato una sorpresa, ma una condizione nota: instabilità del suolo, cedimenti, frane, criticità ripetute. Bastava leggere una relazione tecnica per capire che quel territorio richiedeva manutenzione costante, opere di consolidamento, pianificazione attenta. E invece non si è scelto di intervenire, lasciando agli amministratori successivi "la patata bollente da pelare". Perché la gestione amministrativa e politica é fatta di questo, spiccioli un po quà un po là per dimostrare l'interesse, operette mediocri buone per il consueto taglio nastro e foto di gruppo.
Così i problemi si sono stratificati: reti idriche colabrodo mentre l’acqua scarseggia, canali mai manutenuti, invasi incompleti, strade prive di drenaggi, versanti lasciati senza protezioni né opere idrauliche. Poi arriva l’alluvione e la frana e la si chiama “fatalità”. Ma non è fatalità, è conseguenza.
E cade anche l’alibi più ricorrente, quello della mancanza di fondi. Negli ultimi vent’anni su questi territori sono transitati miliardi di euro tra fondi europei FESR e FSC, programmi operativi regionali, risorse contro il dissesto idrogeologico, interventi per l’adattamento climatico e, più recentemente, il PNRR. Mai come oggi l’Europa ha messo a disposizione somme così ingenti per la messa in sicurezza del territorio. Eppure quei soldi, troppo spesso, non si sono trasformati in cantieri. Progetti rimasti nei cassetti, gare bloccate, burocrazia paralizzante, uffici tecnici sottodimensionati, finanziamenti restituiti.
Non è mancanza di risorse. È mancanza di capacità amministrativa, di visione, di decisione e di politica mordi e fuggi. Il domani? chi verrà vedrà.
Ed è qui che realtà come Niscemi, come tanti centri della costa ionica e dell’entroterra siciliano, pagano il prezzo più alto. Perché oltre alla fragilità fisica esiste una fragilità politica: il disinteresse. Le grandi città attraggono attenzione e investimenti, le comunità minori restano ai margini, come se fossero sacrificabili. Si crea così un circolo vizioso fatto di povertà storica, assenza di sviluppo economico, emigrazione, servizi ridotti, opere sempre rimandate.
Ma a un certo punto bisogna dirlo con chiarezza: questo non è destino. È una scelta.
Quando non finanzi la manutenzione stai scegliendo. Quando non apri cantieri stai scegliendo. Quando lasci inutilizzati fondi già disponibili stai scegliendo. Quando sai che un’area è instabile e non intervieni, stai scegliendo di lasciarla al rischio.
L’abbandono non è una distrazione, è una decisione politica.
E le conseguenze hanno nomi e cognomi: famiglie che investono i risparmi di una vita in una casa e poi la vedono creparsi o scivolare a valle, quartieri che si svuotano, attività che chiudono, giovani che partono. Non è la natura che tradisce queste comunità, è l’assenza dello Stato.
Per questo la domanda non può più essere rimandata: dov’è chi deve decidere? Chi deve stabilire che un’area va messa in sicurezza subito, che altrove non si può più costruire, che serve ripianificare e delocalizzare, che occorre imporre uno sviluppo diverso e sostenibile? Governare un territorio significa anche assumersi questa responsabilità, non limitarsi a contare i danni dopo ogni evento estremo.
Il clima oggi accelera tutto, ma non crea il dissesto: lo amplifica. Il dissesto nasce dall’abbandono. E l’abbandono non è naturale, è una responsabilità.
Finché non torneremo alla cultura della tecnica — opere pubbliche, manutenzione ordinaria, pianificazione seria, ingegneria al servizio del territorio — questi luoghi continueranno a essere trattati come periferie sacrificabili. Non fragili per natura, ma fragili per scelta. Ed è una colpa che non possiamo più permetterci di nascondere dietro la parola “sfortuna”.