He entòs thálassa, la mostra che indaga le nostre radici
La Magna Grecia evocata da Elvira Sirio non è un mito fondativo pacificato, ma un sistema di radici profonde e irregolari, nate da attraversamenti, conflitti e contaminazioni
di Elisabetta Marcianò - 28 gennaio 2026 19:40
La mostra He entòs thálassa colpisce come uno schiaffo elegante senza possibilità di fuga. Allestita presso la Sala Boccioni di Palazzo Alvaro, è promossa dalla Città Metropolitana in collaborazione con A.I.PARC.C. Nazionale ETS presieduta dal dottor Salvatore Timpano, e presenta dipinti e sculture di Elvira Sirio dedicati alla Magna Grecia.
Le opere convivono senza gerarchie, come elementi di un unico corpo stratificato. Non esiste un percorso lineare: lo spettatore si trova subito all’interno di una rete di rimandi, come se camminasse tra radici che affiorano, si intrecciano, ostacolano il passo. L’allestimento, infatti, è concepito in un’unica sala, rafforzando così un' esperienza di immersione e costrizione.
Le figure appaiono "familiari", corpi nudi, marmorei, proporzioni classiche, posture che rimandano all’iconografia greca. La classicità non è solo celebrata: è scavata, riportata alla sua funzione di radice culturale, viva e complessa.
In He entòs thálassa l’umanità non è fragile né remissiva, è consapevole, tesa, talvolta quasi arrogante nel suo voler affermare la propria origine. Ma resta aperta la domanda più inquietante: quanto queste radici sono ancora nostre, e quanto sono ormai inglobate dal meccanismo che abbiamo costruito?
La Magna Grecia evocata da Elvira Sirio non è un mito fondativo pacificato, ma un sistema di radici profonde e irregolari, nate da attraversamenti, conflitti e contaminazioni. Nei dipinti come nelle sculture, questa eredità si manifesta come una forza che continua a spingere dal sottosuolo, disturbando la superficie del presente. L’origine non è rifugio: è pressione.
La tavolozza scura, attraversata da tagli dorati e bronzei percorre l’intera sala come una mappa di fratture sotterranee. L’oro non impreziosisce: segnala le ferite, come vene scoperte o radici recise. È luce che attraversa le crepe — tra carne e metallo, tra istinto e controllo, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.
Le sculture, inserite nello stesso ambiente dei dipinti, accentuano il cortocircuito percettivo. Il peso della materia richiama la solidità della radice, mentre la rigidità meccanica ne denuncia la progressiva costrizione. Il corpo umano resta presente, ostinato, ma non più sovrano. Non c’è pacificazione, non c’è sintesi armonica: solo una tensione continua tra crescita e costrizione.
Elvira Sirio elimina ogni distanza di sicurezza e costringe lo spettatore a confrontarsi con ciò che lo sostiene e, allo stesso tempo, lo trattiene. Le opere guardano dritto negli occhi e pongono una domanda che attraversa l’intera sala come un richiamo profondo: chi governa davvero le nostre radici l’uomo o il meccanismo che ha costruito sopra di esse?
E se, uscendo, tutto appare solo “bello”, se non si avverte attrito, allora forse quelle radici sono già state addomesticate. O peggio recise, senza che ce ne siamo accorti.