Politica

L’albero della cuccagna dei bandi

I giovani lo sanno e preferiscono comprare un biglietto

di Francesco Nicolò - 11 marzo 2026 12:09

C’è una nuova moda nella politica reggina. Una moda curiosa, quasi folkloristica: prima si annunciavano i bandi, adesso si annunciano gli annunci dei bandi. Manifestazioni di interesse, avvisi esplorativi, pre-informazioni. Una sorta di trailer della distribuzione dei soldi pubblici. Un’anticipazione dello spettacolo. Come nei film: prima il trailer, poi – forse – il film. Solo che qui il film non lo vede quasi nessuno.

Per anni il copione è stato sempre lo stesso. Bandi pubblicati all’improvviso, spesso nel silenzio più totale, scadenze lampo, quindici giorni quando andava bene per preparare progetti complessi, piani finanziari, partnership. Un tempo tecnicamente impossibile per chiunque non fosse già pronto. O, meglio, per chi non fosse già informato. Il risultato era scontato: chi sapeva prima partecipava, chi lo scopriva dal sito istituzionale arrivava quando ormai la porta era chiusa. La concorrenza restava fuori, i soliti dentro.

Oggi invece il copione cambia, ma solo in superficie. La politica non si limita più a pubblicare i bandi: li racconta, li anticipa, li sventola. Conferenze stampa, comunicati, post sui social. Contributi a fondo perduto per le imprese, incentivi all’occupazione, fondi per innovazione e competitività. Il messaggio è semplice: guardate quanti soldi stiamo portando.

È il nuovo spettacolo della politica dei fondi pubblici. Una specie di albero della cuccagna istituzionale. La carne viene appesa in cima, ben visibile a tutti. Così la folla guarda, applaude, si entusiasma. Ma quando arriva il momento di salire sull’albero, guarda caso, a prenderla sono sempre gli stessi.

Il punto, però, non è neppure questo. Il punto è l’equivoco di fondo che la politica continua a vendere come verità economica: l’idea che questi soldi creino lavoro. Non lo creano. Non l’hanno mai creato. I bandi non generano occupazione, semmai aiutano chi ha già un’azienda a sostenere un investimento. E in cambio di quell’investimento arriva la condizione: assumere qualcuno. Ma questa non è occupazione strutturale, è un incentivo temporaneo legato a un progetto finanziato. Finito il progetto, finito il contributo, finito spesso anche l’equilibrio economico che teneva in piedi quell’assunzione.

La domanda vera allora è un’altra, molto più semplice e molto più scomoda: come si può trasformare in lavoro stabile un investimento isolato dentro un territorio dove il tessuto economico è debole o inesistente? Perché il lavoro non nasce dai contributi, nasce dal mercato. Nasce da infrastrutture, logistica, filiere produttive, investimenti privati, domanda reale. Tutte cose che richiedono visione politica, programmazione industriale, anni di lavoro serio.

Molto più complicato, insomma.

Molto più semplice invece è distribuire fondi. Annunciare bandi. Mostrare cifre. Alimentare l’illusione che basti un contributo pubblico per far nascere economia. Così il meccanismo si ripete all’infinito. La politica annuncia il bando, le imprese partecipano, arriva il finanziamento, si fa un investimento, si assumono alcune persone. Poi passa il tempo, scadono i vincoli occupazionali, finisce il progetto e il mercato vero torna a presentare il conto. E se quel mercato non esiste o è troppo debole, il lavoro evapora.

Ma nel frattempo il risultato politico è già stato incassato: il comunicato, la conferenza stampa, la promessa di occupazione.

Ecco perché oggi proliferano i bandi esplorativi, gli avvisi preliminari, le manifestazioni di interesse. Non servono tanto alle imprese quanto alla propaganda. Sono la versione amministrativa del cartellone pubblicitario: servono a far vedere che qualcosa si muove. Anche quando non si muove nulla.

L’albero della cuccagna resta lì, ben illuminato. La carne continua a penzolare in cima, ben visibile. La politica la indica con orgoglio, quasi con compiacimento. Poi, quando arriva il momento di arrampicarsi, la scena cambia: salgono sempre gli stessi, quelli che hanno la scala giusta, la struttura giusta, le informazioni giuste.

Gli altri restano sotto. A guardare. E ad ascoltare l’ennesimo annuncio del prossimo bando. O del prossimo annuncio del bando. Perché in questa nuova economia della propaganda il finanziamento conta meno della promessa del finanziamento. E la promessa, si sa, costa molto meno ma rende molto di