Politica

L’ennesima tragedia e il solito copione della politica

di Francesco Nicolò - 07 giugno 2026 08:32

C’è qualcosa di profondamente ipocrita nello spettacolo andato in scena dopo la tragedia nel Cosentino, dove alcuni lavoratori hanno perso la vita per mano di due caporali. Una vicenda che racconta, ancora una volta, la brutalità dello sfruttamento e l’esistenza di sacche di illegalità che prosperano nei settori più fragili dell’economia.

Eppure, di fronte a drammi di questa portata, il dibattito pubblico sembra seguire sempre lo stesso schema: dichiarazioni indignate, manifestazioni, slogan e accuse reciproche. Ogni tragedia diventa occasione di speculazione politica, terreno di scontro ideologico e strumento per consolidare appartenenze e consensi.

Ancora più discutibile appare il rapporto sempre più esplicito tra una parte del sindacato e una precisa area politica. Un allineamento che finisce per indebolire la funzione originaria delle organizzazioni sindacali, nate per rappresentare i lavoratori nella loro pluralità e non per trasformarsi in cinghie di trasmissione di una parte politica. Quando la tutela dei diritti viene subordinata alla convenienza politica, il rischio è che i lavoratori diventino essi stessi strumenti di una battaglia che poco ha a che vedere con i loro reali bisogni.

Il caporalato non si combatte con le passerelle e con le piazze convocate sull’onda dell’emozione. Si combatte affrontando le questioni che da anni vengono sistematicamente aggirate: il controllo dell’immigrazione irregolare, la carenza di verifiche nei comparti più esposti, la sostenibilità del costo del lavoro, la necessità di garantire alle imprese condizioni di legalità e competitività senza lasciare spazio a chi prospera sullo sfruttamento.

Fa impressione vedere chi oggi urla allo scandalo senza interrogarsi sulle responsabilità collettive e sulle contraddizioni di un sistema che, per troppo tempo, è stato tollerato o affrontato soltanto a parole. Il corteo rosso che sfila tra abbracci, bandiere e foto di gruppo. La presenza, certo, ha un valore simbolico. Ma i simboli, da soli, non bastano. Contano i fatti. 

E i fatti impongono domande scomode. Perché il sindacato non può non sapere cosa accade nei luoghi di lavoro e tra i propri iscritti. Non può ignorare le condizioni dei lavoratori stagionali, le situazioni che emergono ogni anno negli uffici che assistono per la disoccupazione agricola, nei Caf, nei patronati, nei servizi che raccolgono storie e difficoltà di migliaia di persone. Se queste realtà sono conosciute, allora occorre chiedersi perché non si sia riusciti a trasformare quella conoscenza in una battaglia quotidiana. Se invece non sono conosciute, allora viene meno la stessa funzione di rappresentanza.

L'ipocrisia si nasconde proprio dietro gli striscioni. Dietro le parole di circostanza pronunciate dopo che la tragedia è già avvenuta. E ancora più evidente appare la sovrapposizione sempre più marcata tra una parte del sindacato e una precisa area politica. Un rapporto che rischia di snaturare la missione originaria delle organizzazioni sindacali, trasformando la tutela dei lavoratori in uno strumento di mobilitazione politica.

Episodi gravissimi come quello di Amendolara, così come altre tragedie che hanno colpito altre aree del paese, dovrebbero unire. Dovrebbero imporre una riflessione comune sulle cause profonde dello sfruttamento, sulla necessità di controlli efficaci, sulla gestione dei flussi migratori, sul costo del lavoro e sulla difesa delle imprese che operano nella legalità. 

 Accade invece l'esatto contrario. Ogni tragedia diventa un'occasione da non perdere. Un momento utile per riaffermare appartenenze, consolidare schieramenti, raccogliere consenso e, talvolta, nascondere responsabilità che appartengono a un sistema ben più ampio che ha già dimenticato la vicenda Soumahoro e che sa ma tace.

Il problema, infatti, è più profondo. È quello di un Paese disunito nelle sue fondamenta, nel quale perfino il dolore viene interpretato attraverso le lenti dell'appartenenza politica. Una divisione permanente che alimenta la disgregazione sociale e che viene spesso coltivata perché funzionale a equilibri di potere e rendite di posizione.

Le vittime meritano giustizia, non l’ennesimo palcoscenico. E i lavoratori italiani e stranieri meritano un sindacato libero, autonomo e realmente rappresentativo, non un soggetto piegato alle esigenze della  politica o del padrone. Perché la dignità del lavoro il valore della vita dovrebbe unire, non diventare l’arma con cui alimentare divisioni e raccogliere consenso o raccattare privilegi.