Dalle umiliazioni degli alleati può nascere l’Europa che ancora non c’è
di Francesco Nicolò - 20 giugno 2026 13:53
Al di là delle polemiche quotidiane e delle inevitabili ricostruzioni di parte, c’è un aspetto della vicenda Trump-Meloni che dovrebbe preoccupare molto più delle battute o delle offese personali. Se davvero il presidente americano ha liquidato la premier italiana con espressioni sprezzanti come «mi ha fatto pena» o «voleva soltanto una foto», il problema non riguarda soltanto Giorgia Meloni. Riguarda l’Italia e, più in generale, il modo in cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo il rapporto con i propri alleati storici.
Le relazioni internazionali non sono mai rapporti tra amici. Sono rapporti tra interessi. Tuttavia, per decenni, l’alleanza occidentale è stata tenuta insieme anche da un reciproco riconoscimento istituzionale, da un linguaggio comune e dalla consapevolezza che, pur nelle divergenze, esisteva una comunità politica e strategica condivisa.
Oggi questo equilibrio sembra essersi incrinato. Se l’Italia ha assunto una posizione autonoma sulla crisi con l’Iran, rifiutando un coinvolgimento diretto attraverso l’utilizzo delle proprie basi, quella è una scelta politica che può essere condivisa oppure criticata, ma resta una decisione sovrana. Trasformare il dissenso in umiliazione personale significa invece introdurre un principio nuovo e pericoloso: quello secondo cui gli alleati vengono rispettati soltanto quando obbediscono. Ma forse proprio da queste tensioni dovrebbe nascere una riflessione più profonda in Europa.
Francia, Germania, Spagna, Italia, Norvegia e le altre democrazie europee non dovrebbero leggere questi episodi soltanto come singole offese nazionali. Dovrebbero comprenderli come il segnale che il mondo sta cambiando velocemente e che le vecchie certezze non esistono più. Stiamo entrando in una fase storica nella quale si stanno consolidando tre grandi blocchi: gli Stati Uniti, la Cina e l’area delle potenze emergenti che gravitano attorno ai Brics e a nuovi equilibri geopolitici.
In questo scenario l’Europa appare paradossalmente assente. Non appartiene davvero a nessuno di questi blocchi, ma soprattutto non riesce a costituire un soggetto autonomo. È economicamente forte, ma politicamente frammentata. È una potenza commerciale, ma non una potenza strategica. Ha una moneta comune, ma non una politica estera comune. Ha un mercato unico, ma continua a ragionare con ventisette interessi nazionali differenti. Eppure, proprio le difficoltà degli ultimi anni avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Dalla guerra in Ucraina alla crisi energetica, fino alle nuove tensioni in Medio Oriente, l’Europa ha solo reagito più che agire, subendo decisioni prese altrove.
Forse le umiliazioni, quando arrivano dagli alleati di ieri, possono trasformarsi in una salutare presa di coscienza. Perché nessuna nazione europea, da sola, è oggi in grado di competere con le grandi potenze del XXI secolo. Ma insieme, quelle stesse nazioni rappresentano una delle più grandi economie del pianeta, una straordinaria forza tecnologica, industriale e culturale.
L’errore sarebbe continuare a dividersi, immaginando che i vecchi rapporti di forza possano restare immutati per sempre. La storia insegna che gli equilibri cambiano e che gli alleati di oggi possono avere priorità diverse domani.
Per questo la risposta europea non dovrebbe essere il risentimento, ma la maturità. Non l’antiamericanismo, ma l’autonomia. Non la rottura delle alleanze, ma la costruzione di una vera capacità politica e strategica comune.
Perché le nazioni non hanno amici permanenti, ne Presidenti con la bandiera dei conservatori ne con bandiera del democratici, hanno interessi permanenti. E forse il più grande interesse dell’Europa, oggi, è finalmente diventare adulta e trovarsi unita almeno in alcuni settori fondamentali difesa, energia, mobilità, mercato o non ha senso parlare di norme europee o istituzioni europee.