Politica

Il tempo delle opere invisibili e la responsabilità di governare

Dopo quattordici anni, partono i lavori per un’emergenza che era già tale nel 2012

di Francesco Nicolò - 18 luglio 2026 14:44

L’annuncio dell’avvio dei lavori per il completamento del sistema fognario e depurativo di Reggio Calabria rappresenta, prima di ogni altra considerazione, una buona notizia. È difficile immaginare il contrario! Un piano complessivo che ammonta a circa 145 milioni di euro, finanziati nell’ambito degli interventi del Commissario Unico per la Depurazione e della Delibera CIPE n. 60/2012.

Esistono opere pubbliche che appartengono alla categoria delle infrastrutture essenziali e che, proprio per questa ragione, dovrebbero essere sottratte alla contesa politica. Sono opere che restano invisibili agli occhi dei più e che, forse proprio per questo, finiscono spesso per essere considerate meno urgenti di quanto realmente siano.

La vicenda della depurazione reggina suggerisce però una riflessione che va oltre la cronaca dell’inizio dei lavori. Ogni infrastruttura porta con sé una storia fatta di finanziamenti, progettazioni, autorizzazioni, verifiche tecniche, modifiche normative e passaggi amministrativi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. In questo caso quella storia attraversa oltre un decennio e coinvolge amministrazioni comunali diverse, governi nazionali, commissari straordinari, ministeri, Regione, tecnici e organismi di controllo. È una complessità reale, che sarebbe scorretto semplificare nella ricerca di un unico responsabile.

Come annunciato non si tratta della costruzione di un solo depuratore, ma della riprogettazione completa del sistema fognario dell’intera città metropolitana.

- Ravagnese 66,1 milioni €

- Gallico – Zona Centro 27,6 milioni €

- Pellaro 15 milioni €

- Concessa 10,8 milioni €

- Impianti minori (Arasì, Straorino, Cerasì, Podargoni, Schindilifà) 5,9 milioni €

- Oliveto 5,7 milioni €

- Ortì 1,7 milioni €

Questa complessità, impone di allargare lo sguardo. Se l’analisi si limitasse a ricostruire la sequenza delle competenze amministrative, il risultato sarebbe probabilmente corretto sul piano giuridico ma insufficiente sul piano politico. 

Una comunità non elegge un sindaco affinché conosca soltanto il confine delle proprie competenze; gli affida il compito di rappresentarne gli interessi anche quando le decisioni vengono assunte altrove. È in questo passaggio che, probabilmente, si comprende la differenza tra l’esercizio di una funzione amministrativa e quello di una responsabilità politica. Un sindaco non può sostituirsi a un commissario straordinario, così come un presidente di Regione non può esercitare le prerogative di un ministero. Questo è il limite imposto dall’ordinamento e nessuno può ragionevolmente contestarlo. Esiste però uno spazio che il diritto non descrive ma che la politica dovrebbe occupare interamente: quello dell’iniziativa, della capacità di costruire interlocuzioni, di promuovere confronti istituzionali, di mantenere costante l’attenzione su un’opera strategica e di fare in modo che il tempo amministrativo non si trasformi in rassegnazione collettiva.

Negli ultimi anni sembra essersi affermata una cultura diversa, nella quale il linguaggio dell’iniziativa è stato progressivamente sostituito da quello dell’attesa

Si aspetta che venga trasmesso un progetto, che siano attribuite nuove deleghe, che un altro ente completi il proprio procedimento, che un commissario concluda il lavoro affidatogli. L’attesa diventa così una condizione permanente, quasi inevitabile, fino al punto da apparire una caratteristica naturale dell’amministrazione pubblica.

È proprio la leadership assume un significato diverso da quello con cui viene spesso utilizzato nel dibattito politico. La leadership non consiste nell’esercitare poteri che la legge non attribuisce, ma nel valorizzare fino in fondo quelli che il ruolo istituzionale rende possibili.

 Chi guida una grande città dispone di un’autorevolezza che va oltre gli atti che può firmare. Può convocare, sollecitare, mettere attorno allo stesso tavolo amministrazioni diverse, promuovere un confronto continuo con il Governo, con la Regione, con il Commissario, con i parlamentari del territorio. Può far diventare un’infrastruttura indispensabile una priorità dell’agenda istituzionale. Può contribuire a creare quel clima di collaborazione senza il quale ogni procedimento, per quanto formalmente corretto, rischia di allungarsi oltre ogni ragionevole previsione.

Eppure se un’opera pubblica non appartiene alla maggioranza che governa un Comune, né all’opposizione, né al Governo nazionale, né a un commissario straordinario questa è inevitabilmente riconducibile a chi la propone e a chi riesce a realizzarla. La politica di trasforma in una battuta di caccia a chi ha avvistato la preda a chi l’ha inseguita e a chi l’ha catturata. 

Quando il dialogo istituzionale si interrompe o si riduce al minimo indispensabile perché prevale la logica dell’appartenenza, il rischio è che ciascun livello di governo attenda il passo dell’altro, rinunciando a svolgere quel ruolo di impulso che dovrebbe caratterizzare ogni amministrazione consapevole della responsabilità ricevuta dai cittadini.

Naturalmente nessuno può affermare che il confronto istituzionale, da solo, sia sufficiente ad accelerare un’opera complessa come quella della depurazione. Sarebbe una semplificazione tanto quanto attribuire ogni ritardo esclusivamente alla burocrazia.

Rimane però una considerazione difficile da eludere. Se il ruolo della politica consiste soltanto nel prendere atto delle competenze altrui, nel comunicare che si è in attesa di un progetto o di una decisione proveniente da un altro ente, allora la rappresentanza istituzionale perde gran parte della propria funzione. 

Governare significa anche costruire le condizioni affinché le amministrazioni dialoghino, superino le diffidenze reciproche e orientino il proprio lavoro verso un obiettivo condiviso.

Forse è proprio questo il punto sul quale la vicenda della depurazione invita a riflettere. Il giudizio su un’amministrazione non può essere espresso esclusivamente contando le opere inaugurate durante un mandato, così come non può essere formulato soltanto sulla base delle competenze formalmente esercitate. 

Esiste una dimensione più difficile da misurare, ma probabilmente più importante: la capacità di incidere sul tempo delle decisioni, di trasformare un problema della città in una priorità istituzionale, di favorire il dialogo anche quando questo richiede di superare appartenenze politiche e convenienze del momento.

Le opere invisibili insegnano, in fondo, proprio questo. Non chiedono protagonisti, ma amministratori capaci di comprendere che la qualità di una città non dipende soltanto da ciò che riesce a mostrare, bensì da ciò che riesce a garantire quotidianamente ai propri cittadini. E forse è proprio nel modo in cui vengono affrontate queste opere silenziose che si misura la maturità di una classe dirigente, perché è lì che la responsabilità politica smette di coincidere con la semplice gestione delle competenze e diventa capacità di guidare una comunità verso la soluzione dei propri problemi.

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