IL GENERALE E LA PROVA DEI FATTI
Cannizzaro imprime un ritmo nuovo a Reggio e scuote una macchina amministrativa troppo spesso abituata all’attesa. Ma dopo la stagione delle narrazioni e con aspettative così elevate, il cambiamento dovrà misurarsi sulla città reale.
di Francesco Nicolò - 04 agosto 2026 13:03
Dopo dodici anni cambia il linguaggio del potere a Reggio Calabria. Cannizzaro imprime un ritmo nuovo alla città e alla macchina amministrativa, ma insieme ai primi risultati crescono anche le aspettative. Raccontare ciò che funziona e ciò che ancora non funziona non significa schierarsi: significa osservare la città reale. E tra 58 giorni avremo già una prima occasione per misurare la distanza tra ciò che oggi vediamo sullo schermo e ciò che sarà diventato realtà.
Reggio Calabria ha convissuto per dodici anni con l’amministrazione guidata da Giuseppe Falcomatà, un ciclo politico particolarmente lungo che le ultime elezioni comunali hanno chiuso in maniera netta, ridimensionando pesantemente quella classe dirigente e quell’area politica che avevano governato la città per oltre un decennio. Dodici anni sono un tempo sufficiente non soltanto per realizzare opere e programmi, ma anche per costruire un modo di interpretare il potere, il rapporto con la città, la comunicazione, l’associazionismo e persino il dissenso.
Falcomatà ha ereditato dal padre un cognome che a Reggio possiede un peso politico e simbolico difficilmente paragonabile ad altri e una collocazione all’interno di un partito nel quale, negli anni, ha costruito una propria leadership, producendo allo stesso tempo divisioni, contrasti e profonde fratture. Sarebbe tuttavia semplicistico liquidare quella stagione soltanto attraverso i suoi limiti, perché Falcomatà è stato certamente un comunicatore abile, capace di utilizzare un linguaggio forbito, citazioni, metafore e battute entrate nel dibattito cittadino e diventate, in qualche caso, veri e propri meme sui social.
Proprio la comunicazione, però, ha finito per rappresentare uno degli elementi più controversi di quella lunga esperienza. La città si è abituata a una successione quasi interminabile di annunci, presentazioni, sopralluoghi e passerelle, in una rappresentazione continua delle opere pubbliche che talvolta sembrava anticiparne di molto la concreta realizzazione. Abbiamo conosciuto, utilizzando una metafora cinematografica, i prequel delle opere, i sequel, le anticipazioni e una sorta di serie infinita nella quale il racconto finiva spesso per assumere un peso quasi equivalente al risultato.
Anche il rapporto con il mondo associativo merita una riflessione, perché attorno all’amministrazione si è sviluppato negli anni un universo di associazioni, comitati e rappresentanti della cosiddetta società civile ai quali non sempre è corrisposta una reale capacità di incidere sulle decisioni. Si è progressivamente formata, almeno nella percezione di una parte della città, una sorta di claque che accompagnava l’azione amministrativa, mentre il confronto con le posizioni meno allineate diventava più difficile. È uno dei rischi di ogni potere che dura a lungo: confondere il consenso con l’ascolto e la partecipazione con l’approvazione.
Con Francesco Cannizzaro lo scenario appare radicalmente diverso, almeno nella forma e nel metodo. Se Falcomatà ha interpretato il ruolo attraverso una presenza comunicativa continua, Cannizzaro sembra aver scelto deliberatamente l’immagine opposta: poche parole, tono fermo e deciso, una cadenza quasi militare e l’atteggiamento di un generale che pretende che la macchina esegua ciò che deve essere fatto. Non sembra particolarmente interessato alla liturgia dei comunicati stampa né alla necessità di spiegare quotidianamente ciò che sta facendo; persino il rumore che si sviluppa sui social intorno ai problemi sembra talvolta infastidirlo, quasi perché prevale la convinzione che quei problemi siano già conosciuti e che, una volta individuati, debbano essere affrontati e risolti.
Cannizzaro, del resto, non è arrivato alla guida della città per il peso di un cognome ereditato. Il consenso che lo ha portato a Palazzo San Giorgio è stato costruito nel corso degli anni attraverso un percorso politico e risultati che una parte consistente dell’elettorato gli ha riconosciuto, ed è probabilmente anche questa consapevolezza a spiegare un modo di esercitare il ruolo molto distante da quello al quale Reggio era abituata.
L’azione dell’amministrazione appare incessante e il sindaco dimostra di voler stare personalmente sul pezzo, senza concedere spazio a quell’indolenza e a quella superficialità che hanno caratterizzato troppi passaggi della vita amministrativa cittadina. Un episodio recente, apparentemente marginale rispetto ai grandi dossier di una città metropolitana, è in questo senso emblematico: un ponte cittadino di appena una ventina di metri, diventato negli anni oggetto di una lunga e confusa successione di interventi, problemi e rinvii, avrebbe potuto rappresentare l’ennesima occasione per ricostruire responsabilità precedenti, difficoltà tecniche e impedimenti amministrativi. Il sindaco ha scelto invece di convocare la stampa, indicare l’avvio dei lavori, la conclusione prevista e affrontare anche la necessità di una variante indispensabile per arrivare alla soluzione.
Alla stampa presente non ha risparmiato fendenti quando le domande hanno provato a spostare l’attenzione su altri argomenti. È un atteggiamento che può piacere o meno e che naturalmente non può sottrarsi esso stesso all’osservazione dei giornalisti, ma rende evidente un metodo: affrontare un problema, individuare una soluzione e assumersene la responsabilità. Non sembra esserci, almeno in questa fase, la ricerca sistematica di un colpevole al quale attribuire ciò che non funziona e neppure la costruzione preventiva di una giustificazione; prevale piuttosto la volontà di trovare una soluzione e pretenderne l’attuazione.
Durante la conferenza stampa sono state proiettate anche le immagini di ciò che quell’intervento dovrebbe diventare: una strada completamente riqualificata, illuminata e accompagnata da elementi di arredo urbano che, almeno nella rappresentazione proposta, restituiscono persino la bellezza che può avere un’opera pubblica quando non si limita a risolvere un problema funzionale, ma contribuisce a migliorare la qualità dello spazio urbano. Colpiscono soprattutto l’illuminazione e quei punti luce che accompagnano il percorso, elementi apparentemente secondari ma capaci di trasformare una semplice infrastruttura in uno spazio assolutamente pregevole della città.
Un’infrastruttura che smette di essere soltanto funzionale e può diventare essa stessa un attrattore urbano, soprattutto in un luogo che possiede una forza paesaggistica e storica straordinaria. Da quel tratto del lungomare lo sguardo attraversa lo Stretto fino all’Etna, regalando in alcune giornate una veduta mozzafiato, mentre alle spalle rimane la memoria di Calamizzi e di quell’antico approdo al quale si lega il racconto della nascita di Rhegion. È allora giusto pensare anche a un nome proprio, diverso da quel “Calopinace” che identifica già il torrente e appartiene da secoli alla geografia cittadina: un appellativo evocativo e sonoro, capace di raccontare non soltanto un ponte, ma il luogo nel quale quel ponte è stato costruito.. Il ponte di Rheghion, un ponte che riconcilia il passato ed il presente.
È una visione suggestiva che merita di essere riconosciuta senza pregiudizi, ma quelle immagini contengono anche una promessa molto precisa: “inaugurazione tra 58 giorni”. E allora conserviamole. Non per alimentare oggi facili entusiasmi e neppure per preparare domani una polemica, ma per compiere, alla scadenza indicata, la verifica più semplice e seria possibile: mettere accanto ciò che ci è stato mostrato e ciò che sarà stato realmente costruito, distinguendo ciò che apparteneva alla rappresentazione virtuale da ciò che sarà diventato città reale.
In fondo è proprio questo il senso del ragionamento. Non si contesta una promessa soltanto perché è una promessa, ma neppure la si considera realizzata perché è stata rappresentata bene. Se tra 58 giorni quel ponte sarà davvero quello che oggi vediamo sullo schermo, con quella qualità dell’illuminazione, dell’arredo e dello spazio pubblico, sarà giusto riconoscerlo e raccontarlo. Se qualcosa sarà diverso, sarà altrettanto giusto raccontare la differenza. Senza polemica e senza indulgenza, perché la distanza tra il virtuale e il reale può diventare una delle misure più semplici con cui giudicare il passaggio dalle parole ai fatti.
Per una città abituata per anni a sentirsi spiegare perché determinate cose non potessero essere fatte, questa normalità amministrativa rischia quasi di apparire straordinaria. E forse è proprio questo che dovrebbe farci riflettere, perché non dovrebbe esserci nulla di eccezionale in un sindaco che convoca gli uffici, pretende tempi certi, verifica l’avanzamento di un intervento e chiede che un problema venga risolto. Se oggi tutto questo produce la sensazione di assistere a qualcosa di nuovo, significa probabilmente che la soglia delle aspettative nei confronti del funzionamento ordinario della macchina pubblica si era abbassata molto più di quanto fossimo disposti ad ammettere.
La sensazione è che l’intera città sia stata mobilitata e che uffici, società partecipate, dirigenti e strutture operative abbiano compreso che il livello di attenzione è cambiato. Sembra essere finito il tempo delle responsabilità che rimbalzano da una scrivania all’altra, delle giustificazioni permanenti e di quelle sfilate sulle nuvole nelle quali l’annuncio e la rappresentazione del futuro finivano talvolta per sostituire la concretezza del presente.
Proprio perché questo cambiamento appare evidente, tuttavia, sarebbe un errore trasformarlo immediatamente in una nuova narrazione celebrativa. Cannizzaro sta imprimendo alla macchina amministrativa un ritmo che la città non vedeva da tempo, ma la vera sfida sarà trasformare questo metodo in un sistema che non abbia bisogno della presenza fisica del sindaco su ogni problema. Una città complessa non può dipendere dall’intervento del primo cittadino per far funzionare ogni servizio, sbloccare ogni cantiere o ricordare a ogni struttura ciò che deve fare. Il successo arriverà quando quella pressione iniziale sarà riuscita a modificare il funzionamento ordinario dell’amministrazione, facendo diventare normale ciò che oggi ci appare eccezionale.
Ed è proprio qui che entra in gioco il ruolo dell’informazione, perché quanto più forte è il comando tanto più devono rimanere liberi gli spazi nei quali quel comando viene osservato, valutato e discusso. Il diritto di osservare l’attività dell’amministrazione, porre domande, evidenziare problemi e rappresentare le opinioni che attraversano la città non deve essere concesso da chi governa e, soprattutto, non deve essere richiesto: semplicemente si esercita. Una redazione dovrebbe quindi seguire l’attività della nuova amministrazione evitando tanto la critica pregiudiziale e politicamente orientata quanto quella beatificazione servile che troppo spesso accompagna ogni cambio di potere.
Dire che un problema esiste non significa essere contro l’amministrazione, così come riconoscere che qualcosa sta funzionando non significa diventare sostenitori del sindaco. Eppure a Reggio questa distinzione continua a risultare difficile, perché un’osservazione viene troppo spesso classificata sulla base della presunta appartenenza di chi la formula: se si evidenzia una criticità si diventa oppositori, se si riconosce un risultato si viene immediatamente considerati sostenitori.
Prendiamo la raccolta dei rifiuti. Evidenziare che il servizio non riesce a raggiungere con regolarità tutte le aree della città o che in alcune zone il calendario dei ritiri non viene rispettato non significa sostenere che esista necessariamente un disallineamento tra le parole dell’amministrazione e i fatti, né utilizzare una difficoltà operativa per formulare un giudizio complessivo sull’azione di governo. Significa semplicemente rappresentare una situazione che esiste e che, proprio perché esiste, deve trovare una soluzione.
Se in determinati periodi la disponibilità di personale è ridotta e non consente di garantire il programma ordinario, una gestione efficiente dovrebbe prendere atto delle risorse effettivamente disponibili e, se necessario, rimodulare temporaneamente frequenze, turni e calendario dei ritiri, comunicandolo con chiarezza ai cittadini. È certamente preferibile modificare un programma rendendolo concretamente sostenibile piuttosto che mantenere formalmente un calendario che poi, nella pratica, non si riesce a rispettare.
La questione diventa ancora più evidente se queste difficoltà si manifestano proprio nel periodo dell’anno nel quale i cittadini vivono maggiormente gli spazi urbani, le attività commerciali e di ristorazione ampliano la propria offerta, aumentano le presenze turistiche e si moltiplicano manifestazioni ed eventi serali. Non può essere considerata una programmazione ben strutturata quella che proprio nel momento di maggiore pressione sulla città riduce la forza lavoro impegnata in uno dei servizi che incidono maggiormente sul decoro urbano, quando sarebbe invece ragionevole prevederne il rafforzamento o quantomeno una diversa organizzazione.
Allo stesso modo è evidente che Reggio sia interessata da interventi di manutenzione diffusi e significativi. Sarebbe sbagliato non riconoscerlo, così come sarebbe altrettanto sbagliato considerare illegittima l’osservazione che questa accelerazione coincida con l’avvicinarsi di un appuntamento importante come Wine Italy in the City. Sottolineare questa coincidenza non significa insinuare che gli interventi siano programmati per soddisfare un interesse personale o particolare; significa riconoscere che esiste un interesse pubblico rilevante affinché la città si presenti nelle migliori condizioni possibili davanti a una manifestazione che può rappresentare una grande vetrina per Reggio Calabria.
Se un grande evento riesce ad accelerare manutenzione, pulizia, cura del verde, sistemazione delle strade e recupero degli spazi pubblici, non c’è necessariamente qualcosa da contestare. La domanda interessante riguarda piuttosto ciò che accadrà dopo, perché la vera sfida non consiste nell’avere una Reggio ordinata e curata durante i giorni di una manifestazione, ma nel riuscire a trasformare quella condizione nella normalità.
Adesso, peraltro, la fase dell’insediamento può considerarsi conclusa. La formazione amministrativa è completa, le Commissioni consiliari sono state istituite e la nuova maggioranza dispone degli strumenti politici e amministrativi necessari per entrare pienamente nel merito delle questioni. Sul tavolo ci sono dossier importanti che attendono risposte: il piano regolatore del commercio, il Piano Strutturale da definire nei suoi aspetti di dettaglio e trasformare in una concreta visione urbanistica, la programmazione degli eventi, la viabilità, la pianificazione delle opere pubbliche e, più in generale, l’organizzazione dei servizi che incidono quotidianamente sulla vita dei cittadini.
È quindi arrivato il momento nel quale alla forza iniziale del messaggio politico deve necessariamente affiancarsi quella della programmazione amministrativa. I cittadini sono stati caricati a dovere, è stata alimentata l’idea di una città capace finalmente di cambiare passo e le aspettative sono diventate molto elevate. Questa condizione rappresenta una straordinaria opportunità per chi governa, perché significa avere una comunità disposta a credere nel cambiamento, ma contiene anche un rischio evidente: quanto più in alto viene collocata l’asticella, tanto più visibile diventerà l’eventuale distanza tra le aspettative e i risultati.
Anche la formula della “città più bella del mondo”, efficace nel trasmettere entusiasmo, orgoglio e appartenenza, dovrà progressivamente trovare una corrispondenza nella città reale. Il rischio, altrimenti, è che Reggio rimanga ancora una volta una città in aspettativa, sempre sul punto di diventare ciò che viene immaginato e mai completamente capace di trasformare quell’immaginazione nella propria normalità. Sarebbe un paradosso soprattutto dopo aver archiviato una lunga stagione alla quale è stato contestato proprio l’eccessivo ricorso alla narrazione: cambierebbero il linguaggio, lo stile e gli interpreti, ma rimarrebbe una città proiettata verso ciò che sarà invece che misurata per ciò che è diventata.
È proprio qui che si misura anche la maturità del rapporto tra politica e informazione, perché le aspettative appartengono alla politica che le genera, i risultati all’amministrazione che deve produrli e il racconto all’informazione che ha il compito di osservarli. Confondere questi tre piani significa attribuire a chi racconta la realtà la responsabilità della realtà raccontata, finendo per considerare una notizia positiva come una forma di sostegno e una criticità come un atto di opposizione. È un errore che Reggio ha già commesso troppe volte e che rischia di ricreare, intorno a un potere nuovo, gli stessi meccanismi contestati al potere precedente.
Per questo il compito dell’informazione non può essere né quello di aspettare il fallimento né quello di anticipare il successo. Bisogna poter raccontare un ponte finalmente avviato e, nello stesso tempo, una raccolta che non raggiunge una parte della città; riconoscere gli interventi di manutenzione e chiedersi se diventeranno ordinari; raccontare la determinazione del sindaco e verificare se riuscirà a trasformarla nella capacità autonoma della macchina amministrativa di funzionare. Non c’è alcuna contraddizione in tutto questo, a meno che non si continui a considerare l’informazione come uno strumento che debba necessariamente appartenere a qualcuno.
Se il “generale di ferro” riuscirà non soltanto a comandare la macchina, ma a renderla capace di funzionare senza che il generale debba essere presente su ogni fronte, la discontinuità non sarà stata soltanto caratteriale o comunicativa, ma profondamente amministrativa. Se la “città più bella del mondo” saprà diventare qualcosa di più di una promessa, sarà dovere dell’informazione raccontarlo con la stessa evidenza con cui oggi deve raccontarne le criticità.
Dopo dodici anni trascorsi troppo spesso a discutere della città che sarebbe arrivata, forse è finalmente il momento di misurare Reggio per quello che riesce concretamente a diventare, senza pregiudizi, senza nuove claque e senza sfilate sulle nuvole, lasciando che siano soprattutto i fatti a raccontarla.
Tra 58 giorni avremo già una prima verifica. Conserveremo quelle immagini e le metteremo accanto alla realtà. Non per stabilire chi aveva ragione, ma per vedere semplicemente quanto della città mostrata sullo schermo sarà diventato città vera. Perché la responsabilità dei fatti non appartiene mai a chi li racconta.