Non chiamatelo Nolan, chiamatelo Ulisse
di Elisabetta Marcianò - 30 luglio 2026 10:15
Dopo aver seguito per giorni le numerose polemiche che stanno accompagnato l'uscita del film, finalmente anche io ho potuto vedere l'Odissea di Christopher Nolan. Avevo seguito il dibattito nato intorno alle sue scelte artistiche: le discussioni sulla fedeltà al poema omerico, le critiche rivolte alle possibili libertà narrative, il timore che un autore con una poetica così forte potesse trasformare un'opera universale in qualcosa di troppo personale.
Dopo la visione, però, ho avuto la sensazione che molte di queste critiche partissero da una domanda forse non corretta. Il problema, secondo me, non è stabilire quanto Nolan abbia riprodotto fedelmente il testo di Omero, perché un grande adattamento non è mai una semplice trascrizione. La vera domanda è se il regista sia riuscito a comprendere l'essenza dell'opera e a farla dialogare con il nostro tempo. E secondo me ci è riuscito perfettamente.
Ho trovato straordinaria questa trasposizione perché Nolan non ha cercato soltanto di raccontare l'Odissea, ma di penetrarne il significato più profondo, trovando chiavi di lettura nuove e sorprendenti. Non ha usato Omero come un semplice contenitore di avventure mitologiche, ma come uno specchio attraverso cui riflettere sull'uomo, sulla memoria, sulla colpa, sull'amore e sul peso delle proprie scelte perché il nostro regista non si sia limitato a dirigere la storia di Ulisse, ma in qualche modo si è riconosciuto in lui.
Se conosci il suo stile, il suo cinema sai che i protagonisti dei suoi film sono quasi sempre uomini tormentati dalla necessità di comprendere qualcosa che sfugge loro. Se non lo conosci ti consiglio di guardarli tutti e, poi, con nuovi occhi tornare a rivedere Odissea.
Ulisse, secondo me, appartiene alla stessa famiglia di tutti i suoi personaggi. Non è un eroe definito solo dalla forza fisica, ma dalla capacità di ragionare, prevedere e adattarsi. La sua furbizia, qui trattata come profonda intelligenza, è il dono che gli permette di sopravvivere, ma è anche la causa delle sue difficoltà, perché spesso la sua curiosità e il suo orgoglio lo portano a sfidare limiti che sarebbe più prudente rispettare.
È proprio questa contraddizione ad avvicinarlo alla sensibilità di Nolan: l'uomo che cerca continuamente una soluzione ai problemi che lo circondano è anche colui che, attraverso le proprie scelte, finisce per creare nuove difficoltà. Uno degli aspetti che ho trovato più geniali, infatti, riguarda il modo in cui Nolan ha affrontato l'incontro tra Ulisse e Polifemo.
Nel poema omerico, la fuga dalla grotta del Ciclope nasce dal celebre inganno del nome. Ulisse dice di chiamarsi "Nessuno", trasformando la perdita della propria identità in uno strumento di salvezza. Quando Polifemo chiede aiuto agli altri Ciclopi, nessuno comprende la verità perché nessuno, letteralmente, lo ha accecato.
È una delle più grandi intuizioni narrative di Omero, ma ho trovato straordinario che Nolan abbia scelto di ragionare in modo diverso. Un Ulisse visto attraverso la sensibilità del nostro regista non potrebbe affidarsi semplicemente alla cancellazione della propria identità. Nolan sembra identificarsi troppo profondamente con il suo protagonista per accettare che l'uomo possa salvarsi diventando "nessuno".
Il suo Ulisse cerca un'altra strada: non fugge attraverso la negazione di sé, ma attraverso l'elaborazione, il calcolo e la capacità di costruire una soluzione più complessa. È un uomo che non si nasconde, ma che utilizza la propria mente come strumento per dominare il caos.
Questa modifica non è una semplice variazione narrativa, ma una dichiarazione filosofica: per Omero l'astuzia permette all'uomo di sopravvivere anche rinunciando momentaneamente alla propria identità; per Nolan l'identità stessa è ciò che deve essere difeso attraverso la conoscenza. Geniale.
Un altro elemento che ho apprezzato è stata la contrapposizione tra Penelope e Clitennestra, due figure femminili che rappresentano due conseguenze opposte della guerra e dell'attesa.
Penelope è la moglie innamorata, fedele per amore non per rispetto, dotata di una straordinaria intelligenza, capace di trasformare il tempo e l'attesa in un'arma. Clitennestra rappresenta, invece, la ferita lasciata dall'assenza. La guerra non cambia soltanto gli uomini che combattono, ma anche coloro che rimangono ad aspettare. Quando Agamennone torna trova un mondo trasformato dal dolore, dal sacrificio e dal rancore. Qui Nolan ci sta dicendo che ogni viaggio dell'eroe ha conseguenze anche su chi resta a casa, perché la gioia del ritorno non cancella (sempre) il tempo trascorso lontano.
Ho trovato, anche, particolarmente potente la scelta di trasformare Agamennone in una figura quasi divina, una presenza superiore agli uomini comuni e della quale il regista non mostra mai il volto. Questa decisione lo ha reso più un simbolo che un personaggio. Agamennone rappresenta il potere, la gloria militare, l'idea del condottiero trasformato in leggenda, la fede incrollabile negli dei. La sua assenza fisica aumenta il suo peso nel film perché ciò che rimane usciti dalla sala cinematografica, un mito costruito intorno a lui. È come se Nolan abbia fatto una riflessione sulla distanza tra la persona reale e l'immagine che la storia crea dei grandi uomini, prima di costruire il suo personaggio. Quando qualcuno diventa una leggenda, rischia di perdere la propria umanità? Si.
Ho trovato altrettanto interessante la lettura di Elena, perché il film sembra allontanarsi dalla rappresentazione tradizionale della donna come semplice causa della guerra. Elena porta il peso di una colpa che non è soltanto sua, ma che il mondo ha costruito intorno alla sua figura. É Eva, è il grande peccato originale. È tutte le donne schiacciate dal simbolo che rappresentano, costrette a convivere con le conseguenze di una storia che gli altri hanno scritto per loro.
Nolan restituisce così una dimensione tragica al personaggio: non mostra soltanto la donna desiderata da tutti, ma l'essere umano nascosto dietro il mito del peccato. Anche la figura di Calipso mi è sembrata una delle più riuscite ed emozionanti perché rappresenta un'idea dell'amore a cui tutti dovremmo ambire: il suo sentimento per Ulisse, infatti, non si esprime attraverso il possesso, ma attraverso la capacità di comprendere ciò di cui l'altro ha bisogno. Calipso potrebbe trattenerlo, potrebbe scegliere di avere accanto a sé l'uomo che ama, ma comprende che farlo significherebbe impedirgli di essere veramente sé stesso. Il suo sacrificio nasce quindi dalla forma più difficile dell'amore: quella che accetta la perdita pur di rispettare la libertà dell'altro. Credo sia il personaggio femminile più riuscito e meno corrispondente alla natura umana sia maschile che femminile in tema d'amore.
Un altro aspetto che ho trovato altrettanto significativo riguarda il modo in cui Nolan rappresenta i marinai di Ulisse. Non sono semplici figure secondarie, ma uomini legati da un senso dell'onore e della fedeltà che conferisce dignità al loro viaggio. La loro grandezza non nasce dalla gloria, ma dalla capacità di condividere il rischio e restare accanto al proprio comandante anche quando il destino sembra condannarli. Attraverso loro emerge un'idea antica, ma ancora attuale: un uomo non viene definito soltanto dalle vittorie che ottiene, ma anche dalle persone che sceglie di non abbandonare. In tutto questo emerge ancora e sempre, per tutta la durata del film, il rapporto tra Ulisse e gli dèi. Ulisse non accetta mai completamente un destino già scritto, ma cerca continuamente di modificarlo attraverso la propria intelligenza.
La sua sfida alle forze superiori trova il culmine nell'inganno del cavallo di Troia, il momento in cui la mente umana supera la forza e dimostra di poter cambiare il corso degli eventi. Il momento in cui oltraggio il concetto di xenia e lo usa a suo favore. Dopo dieci lunghi anni di attesa, agonia, angoscia su una spiaggia sfido chiunque a credere ancora nella legge, nel rispetto delle regole. Questa vittoria contiene anche un elemento tragico: proprio ciò che rende grande Ulisse, la sua capacità di sfidare i limiti, è anche ciò che lo espone alle conseguenze delle proprie azioni. È ancora, tra le scene più straordinarie considero quella della trasformazione degli uomini in porci nella casa di Circe. Nolan non utilizza questo episodio soltanto come momento spettacolare, ma come una riflessione sulla natura umana. Circe non trasforma quegli uomini in qualcosa che non sono: porta alla luce ciò che già esiste dentro di loro. Quando incontra Ulisse, però, prova pietà. Riconosce in lui qualcosa che negli altri manca: la consapevolezza della propria fragilità. Ulisse non è migliore perché non sbaglia, ma perché è capace di comprendere il peso dei propri errori. Ed è questa consapevolezza che, a suo avviso, lo rende degno di essere chiamato uomo.
Quindi cosa ha fatto Nolan? Ha tradito Omero come stanno dicendo molti? Ha tagliato, inventato, aggiunto? Si, lo ha fatto e questo ha reso il film straordinario. La sua Odissea, infatti, non è soltanto un viaggio attraverso mari, mostri e guerre, ma un percorso personale che parla di identità, memoria, amore, colpa e responsabilità. È la storia di un uomo che attraversa il mondo e che, alla fine del viaggio, deve ancora affrontare la sfida più difficile: capire chi è diventato. È la storia che anche Omero ha raccontato anche se in maniera diversa. Il viaggio universale di ognuno di noi, che attraversiamo il caos della vita, cercando di riconoscerci (Itaca) ogni volta.
Mi fermo qui, anche se avrei potuto aggiungere altri mille spunti di riflessione su Telemaco, "l'incontro d'amore" con le sirene, Argo e altro e altro, ma non mi chiamo Omero, non mi chiamo Nolan e ho la mia personale Odissea da portare a termine. Buon viaggio 'di ritorno' a tutti.