Arte e cultura

Radici come responsabilità, musica come relazione: dentro il percorso artistico di Fabio Macagnino

In questa intervista, l’artista racconta il proprio approccio creativo, il rapporto con il pubblico e la genesi di BIOMA, un lavoro che segna una tappa importante del suo percorso

di Elisabetta Marcianò - 27 aprile 2026 17:55

In un panorama musicale spesso dominato da logiche di mercato e semplificazione, c’è chi sceglie una strada più complessa, ma anche più autentica. Un percorso in cui identità, territorio e relazione non sono elementi da esibire, ma pratiche quotidiane che attraversano la musica in modo naturale. In questa intervista, l’artista racconta il proprio approccio creativo, il rapporto con il pubblico e la genesi di BIOMA, un lavoro che segna una tappa importante del suo percorso.

Il tuo progetto musicale affonda nelle radici del territorio: quanto è centrale l’identità culturale nella tua produzione artistica?

L’identità non mi interessa dichiararla, ma praticarla. Non è una bandiera, è una responsabilità. Stare in un luogo, per me, significa accettare che quel luogo ti metta in discussione. Se entra nella musica, entra perché è già dentro il mio modo di vivere, non perché devo rappresentare qualcosa. Le radici non sono un rifugio, le vivo più come una responsabilità. E questa responsabilità, per me, ha a che fare anche con il modo in cui si costruiscono relazioni.

La tua musica sembra muoversi tra tradizione e innovazione: è una scelta consapevole o un processo naturale?

È qualcosa che mi attraversa più che una scelta. Ha a che fare con l’aria che respiro, con la luce, con il modo in cui i luoghi mi restano addosso. Non è un discorso che faccio a tavolino, è più una forma di osmosi. Non mi interessa conservare né forzare rotture: mi interessa restare dentro il movimento, evitare di diventare rigido. Cerco qualcosa che resti vivo.

Nei tuoi brani emerge spesso una forte componente narrativa: quanto conta per te il racconto nella scrittura musicale?

Per me il racconto non è mai lineare. Non parto da una storia da spiegare, ma da una tensione che chiede forma. Le parole arrivano insieme alla musica e spesso si chiariscono solo dopo. Il teatro mi ha insegnato a lavorare su possibilità: quando costruisci un personaggio non stai raccontando te stesso, ma una versione possibile di te. Non mi interessa chiudere il senso, ma lasciare spazio a chi ascolta.

In un panorama musicale sempre più globalizzato, quale spazio credi ci sia oggi per una proposta legata alle tradizioni locali?

Lo spazio c’è, ma non è garantito. Se certe cose diventano un’immagine da esibire, si svuotano. Se invece restano vive, continuano a parlare. Non è una questione di locale o globale, ma di necessità. Il rischio oggi è diventare lisci, senza attrito. Per questo è fondamentale restare complessi.

Quali sono stati i momenti chiave che hanno segnato l’evoluzione del tuo percorso artistico?

Più che momenti, parlerei di passaggi. BIOMA nasce dentro uno di questi: è un live registrato al Teatro Cilea di Reggio Calabria, già in preorder, pensato come un’esperienza condivisa. È stato possibile anche grazie a una realtà come Publidema, che ha scelto di accompagnare il lavoro senza trasformarlo. Alcuni progetti nascono perché qualcuno ti lascia essere.

Il rapporto con il pubblico quanto incide sulle tue scelte creative?

Molto, ma non nel senso di adattarmi. Il pubblico non è qualcosa da raggiungere, ma da costruire. La musica è un mezzo: il fine è ciò che accade tra le persone. Quando funziona, si crea uno spazio di convivialità in cui cadono le distanze. È lì che il lavoro smette di essere solo tuo.

Dal punto di vista produttivo, come nasce un tuo brano?

All’inizio c’è l’intuizione di un finale. Mi ritrovo molto nell’idea di Edgar Allan Poe: partire dall’effetto che vuoi ottenere. Anche se il percorso non è chiaro, la direzione c’è. Poi arriva il lavoro più preciso: togliere, spostare, lasciare spazio. Non mi interessa riempire, ma arrivare a ciò che resta quando togli tutto il superfluo.

Guardando alla tua discografia, c’è un lavoro che consideri particolarmente rappresentativo?

Ogni disco è un passaggio. BIOMA tiene insieme molte cose: musica, spazio, persone. È un live, ma anche un processo. Non è un lavoro chiuso: continua a cambiare anche dopo essere stato fatto.

Hai mai sentito l’esigenza di cambiare direzione per raggiungere un pubblico più ampio?

No, perché non funziona così. Se cambi per piacere, rischi di perdere il motivo per cui hai iniziato. Il punto non è allargare, ma approfondire. Se quello che fai è vero, trova le persone giuste.

Quali sono le prospettive future del tuo progetto?

Continuare senza irrigidirsi. Lavorare ancora su musica, spazio e relazione. BIOMA è una soglia, non un arrivo. Con Movimento Terra stiamo costruendo un percorso condiviso, mentre con Publidema lavoriamo alla nuova stagione di concerti. Intanto nascono nuovi brani, che verranno da questo cammino, ma senza ripeterlo. In un’epoca che tende a semplificare, questa visione artistica rivendica la complessità come valore. Non per distinguersi, ma per restare fedele a un’esigenza profonda: fare della musica uno spazio vivo, in cui le radici non siano un limite, ma una responsabilità da attraversare.

Ufficio Stampa Publidema Eventi Musicali 

Categoria : Arte e cultura