Politica

San Giorgio d’Oro: quando l’eccellenza diventa ordinaria

di Francesco Nicolò - 22 aprile 2026 20:29

Il San Giorgio d’Oro, nato per celebrare il merito, oggi rischia di raccontare altro: una città in cui il “10 e lode” si concede con tale disinvoltura da smarrire significato. Nato per celebrare e riconoscere quei cittadini che con l’impegno personale si sono distinti nella battaglia civile al servizio della città contro il drago dell’incuria e del disinteresse collettivo, negli anni il premio ha subito una metamorfosi evidente: da riconoscimento selettivo a elenco esteso al numero limite massimo. Non è un dettaglio, ma una trasformazione culturale e, inevitabilmente, politica.

Il punto non è chi viene premiato, molti lo meritano, ma a volte sono troppi e ridondanti. Un’onorificenza che si moltiplica perde verticalità e cio che doveva essere un omaggio a personaggi unici nel proprio ambito, viene trasformato in uno strumento gentile di riconoscimento diffuso. Questa impostazione diventa tanto più efficace quanto più vicino alle stagioni elettorali. Tutto legittimo, perché il regolamento lo consente, ed è da qui che nascono le critiche ed i dubbi. Quanto le regole permettono tutto, il confine tra merito e opportunità si dissolve.

Per un premio ultradecennale, colpisce l’assenza di una vera struttura: non un albo pubblico accessibile, non un archivio organico, non una narrazione istituzionale. La manifestazione, che avrebbe potuto evolvere in un momento alto di confronto con il territorio, si consuma in un perimetro ristretto: nasce in una stanza, si esaurisce su un palco.

Nel frattempo, il dibattito si smarrisce nei nomi e nelle appartenenze, evitando la questione centrale: il valore del premio. Perché un riconoscimento pubblico vive della credibilità di chi lo conferisce e dell’indiscutibilità di chi lo riceve e dovrebbe imporsi da sé, senza bisogno di giustificazioni.

Distribuire riconoscimenti senza una soglia elevata di selezione significa inevitabilmente abbassarne il rango, alimentando la percezione comune della familiarità ed opportunità.

Professionisti, artisti, atleti finiscono in un’unica cornice simbolica, privati di una gerarchia del merito. Ed il problema non è premiare ma come si arriva al premio.

Servirebbero categorie autentiche, criteri leggibili, commissioni autorevoli. E soprattutto un principio semplice: pochi, non molti. Perché il valore nasce dalla selezione, non dall’estensione. Diversamente, resta la forma, talvolta ridotta a una pergamena, ma si smarrisce la sostanza. E una città che ambisce a una dimensione metropolitana non può permettersi simboli svuotati.

L’eccellenza, per sua natura, non è democratica. È rara, esigente, selettiva. E non si moltiplica per decreto. E questa amministrazione si avvia a concludere un ciclo con tanto rumore ma privo di sapore e di colore. 

Lontana da quella idea di città Metropolitana che dovrebbe indirizzare, innovare e trainare il suo territorio .

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