Reggina, Lotito e la partita che il calcio italiano non può più rinviare
Il calcio italiano ha ancora un progetto per i giovani?
di Redazione Sportiva - 22 luglio 2026 15:20
Per anni si è discusso di diritti televisivi, plusvalenze, stadi, bilanci e proprietà dei club, Ma si è dimenticata la domanda più importante. Il calcio italiano ha ancora un progetto per i giovani?
Chi è cresciuto negli anni Settanta, Ottanta e Novanta ricorda un Paese in cui il calcio era ovunque. Ogni quartiere aveva il suo campo. Ogni paese aveva una società sportiva. Gli oratori erano pieni di ragazzi e i vivai rappresentavano il primo passo verso il professionismo.
Da quella rete nasceva il calcio italiano. Non era soltanto sport. Era educazione, aggregazione, appartenenza e identità.
Oggi quella rete è molto più fragile. Molte società dilettantistiche sopravvivono grazie al sacrificio di pochi volontari, i centri sportivi sono diminuiti, le famiglie sostengono costi sempre maggiori e il vivaio, che per decenni è stato il cuore del movimento, fatica a svolgere il ruolo che aveva un tempo.
Chi deve ricostruire questa filiera? Lo Stato? Le amministrazioni locali? La FIGC? Oppure chi ha capitali, competenze e la volontà di investire nel calcio?
È in questo momento che il tema della multiproprietà smette di essere una disputa tra dirigenti e diventa una questione di politica sportiva.
Per anni il dibattito si è ridotto a una contrapposizione interna. Il vero problema è davvero la multiproprietà oppure il conflitto di interessi?
Perché se è evidente che due società controllate dalla stessa proprietà non possano competere nello stesso campionato senza creare criticità. E’ altrettanto evidente che vietare in modo assoluto qualsiasi investimento tra categorie diverse rischia di scoraggiare chi sarebbe disposto a costruire centri sportivi, rafforzare i vivai e dare stabilità economica a società che oggi faticano perfino a sopravvivere.
Il conflitto di interessi esiste quando due club finiscono nella stessa categoria. Prima di quel momento esiste soprattutto un’opportunità di investimento.
Se una società in multiproprietà non può realisticamente aspirare alla promozione perché, una volta raggiunta, dovrebbe essere ceduta o fermarsi, quale imprenditore sarà disposto a investire per anni senza conoscere quale sarà il traguardo finale?
Ed è qui che entra in scena la Reggina.
Dopo i casi della Salernitana e del Bari, il nome di Claudio Lotito riporta inevitabilmente il tema della multiproprietà al centro del dibattito nazionale.
Una curiosità rende questa vicenda ancora più singolare: Salernitana e Bari sono due tifoserie storicamente gemellate con la Reggina. Due piazze che, seppure con storie diverse, sono finite al centro dello stesso problema regolamentare.
Ora potrebbe essere proprio la Reggina, a diventare la testa d’ariete di una riflessione che il calcio italiano rinvia da troppo tempo.
Chiariamo senza fraintendimenti che questo non è un articolo su Claudio Lotito! Non sappiamo quale sia il suo progetto per la Reggina, né possiamo prevederne gli sviluppi.
Il punto è un altro. La Reggina può diventare il caso attraverso cui il calcio italiano sarà costretto a chiedersi se le regole attuali siano ancora adeguate oppure se sia arrivato il momento di ripensare un modello nato in un’altra epoca. Non significa liberalizzare senza limiti. Significa chiedersi se sia possibile attrarre investimenti privati mantenendo intatti i principi di trasparenza, autonomia dei club e regolarità delle competizioni.
Perché il futuro del calcio italiano non si giocherà soltanto nei palazzi della federazione. Si giocherà soprattutto nei campi di periferia, nei vivai, nelle scuole calcio e nelle piccole società che ogni giorno cercano di tenere vivo un patrimonio sportivo e sociale che rischia di scomparire.
La domanda, non è quindi se Claudio Lotito possa o non possa avere due squadre.
La domanda da porre, alla luce anche della perdurante assenza nel calcio italiano di talenti e di conseguenza esclusione dalle competizioni sportive più importanti.
Tra dieci anni vogliamo un calcio con regole perfette ma sempre meno investimenti, oppure un calcio capace di attrarre capitali, ricostruire la filiera dei giovani e dotarsi di norme rigorose per impedire i conflitti di interesse?
Forse è da questa domanda, e non dai nomi dei singoli presidenti, che dovrebbe ripartire il dibattito sul futuro del calcio italiano.