Dal salotto al bosco: il pregiudizio sulla genitorialità e il fallimento della tutela dei minori
Due storie diverse a confronto
di Vincenzo Maria Romeo - Pisichiatra Psicoterapeuta- - 25 marzo 2026 14:06
Sappiamo ancora benissimo scandalizzarci, ma molto meno guardare in profondità, oltre ogni forma apparente. È una specialità di questa epoca sociale: fiutiamo subito l’anomalia estetica, sociale, perfino folklorica, mentre spesso lasciamo passare indisturbata la violenza quando si presenta ben vestita, istruita, rispettabile, “perbene”. È per questo che due storie diversissime, e da non sovrapporre sul piano dei fatti, finiscono però per toccarsi sul piano simbolico. Da una parte l’inchiesta che coinvolge una docente di 52 anni e un giornalista di 48, arrestati nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma per violenza sessuale su minori, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pedopornografico; secondo gli inquirenti, tutto sarebbe partito dalla denuncia del padre di una minorenne, dopo che la ragazza avrebbe trovato sul computer della madre una chat con immagini e messaggi sessuali che la ritraevano insieme a due cuginetti piccoli. La donna, nell’interrogatorio di garanzia, ha respinto gli addebiti; l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre gli atti sono in via di trasmissione a Venezia per competenza territoriale.
Dall’altra parte c’è la vicenda che molti hanno semplificato come favola o mostruosità a seconda dell’umore del giorno: la cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, in Abruzzo. Più precisamente, una coppia che aveva scelto una vita radicalmente fuori formato, in un casolare isolato, con tre figli, senza gli standard di vita che la società urbana considera ovvi. Le verifiche giudiziarie sono partite dopo il ricovero dei bambini per un’intossicazione da funghi; poi sono emerse criticità sulle condizioni abitative e sulla documentazione relativa all’istruzione parentale. I minori sono stati allontanati nel novembre 2025; nelle ultime settimane del marzo 2026 il caso è riesploso, tra ricorsi, ispettori del Ministero della Giustizia, relazioni tecniche che chiedono la riunificazione e il Tribunale che ribadisce di aver agito non per pregiudizio ideologico, ma per il benessere dei bambini.
Ripetiamolo, prima che qualcuno si eserciti nel solito sport della semplificazione isterica: non sono due casi equivalenti. Nel primo ci troviamo, allo stato degli atti, davanti ad accuse gravissime di sfruttamento sessuale intra-familiare e materiale pedopornografico. Nel secondo siamo di fronte a un conflitto tra libertà educativa, condizioni di vita alternative, tutela minorile e intervento dello Stato. Ma proprio perché i fatti non sono sovrapponibili, la reazione collettiva diventa interessante. Anzi, rivelatrice. Perché in un caso il Paese scopre con orrore che il pericolo può annidarsi nel cuore della rispettabilità. Nell’altro, il Paese si eccita immediatamente davanti all’irregolarità visibile: la casa isolata, i figli nel bosco, la madre “strana”, il padre fuori cornice, la famiglia che non somiglia alla brochure dell’Ikea morale. E allora la domanda vera è meno comoda della cronaca: noi giudichiamo la qualità della genitorialità o la sua confezione?
Più che la forma esterna della famiglia, ciò che andrebbe interrogato è la sua economia psichica interna: il modo in cui il desiderio adulto incontra il limite, il modo in cui il figlio viene pensato, investito, custodito oppure colonizzato. La questione decisiva, infatti, non è se una genitorialità appaia ordinata, rispettabile, culturalmente integrata o, al contrario, eccentrica, marginale, anti-convenzionale. La questione vera è un’altra: in quel legame il minore esiste come soggetto separato oppure come appendice dell’adulto? Viene riconosciuto nella sua alterità, nella sua vulnerabilità, nella sua inviolabilità, oppure viene usato — più o meno apertamente — come superficie su cui depositare bisogni, fantasie, angosce, progetti di riparazione narcisistica?
Da una prospettiva psicoanalitica, la genitorialità fallisce quando il figlio cessa di essere un altro da sé e diventa un oggetto interno da controllare, possedere, modellare o saturare. È in questo slittamento che il bambino corre il rischio di non essere più incontrato per quello che è, ma per ciò che rappresenta nell’economia inconscia dell’adulto: prova di riuscita, compensazione di un vuoto, garanzia identitaria, continuazione di sé, oppure, nella forma più inquietante e grave, corpo disponibile alla cattura dello sguardo e del godimento. Il punto non è solo la trasgressione di una norma; è la rottura della funzione simbolica che dovrebbe fondare la cura. L’adulto, invece di fare argine, smette di essere contenitore e diventa invasore. Là dove dovrebbe introdurre confine, introduce appropriazione.
È anche per questo che alcune vicende scuotono tanto: perché ci costringono a vedere come la perversione non coincida affatto con il disordine apparente. Spesso essa si organizza, al contrario, dentro assetti molto composti, perfino socialmente brillanti. Non ha necessariamente il volto dell’eccesso manifesto; talvolta ha quello della normalità ben amministrata. La perversione, nella sua struttura più profonda, non è solo ricerca di eccitazione deviata: è soprattutto negazione dell’alterità dell’altro. L’altro non viene più percepito come portatore di un limite, di un enigma, di un diritto, ma come oggetto da piegare a una sceneggiatura interna. Quando questo accade con un minore, il danno è devastante, perché a essere colpita non è solo la sicurezza concreta del bambino, ma la possibilità stessa di costruire un’esperienza affidabile dell’umano. Se chi dovrebbe proteggere invade, allora il mondo intero perde coerenza.
In questo senso, l’idealizzazione dell’adulto “a posto”, del genitore “perbene”, del contesto formalmente rassicurante, rischia di trasformarsi in una difesa collettiva. Si preferisce credere che la violenza, l’abuso, l’esposizione traumatica appartengano sempre a contesti riconoscibilmente degradati, perché l’idea opposta è psichicamente insopportabile: che il pericolo possa annidarsi proprio là dove il bambino dovrebbe sentirsi al sicuro. Ma questa è, appunto, una difesa. Serve a proteggere l’immagine adulta, non il minore reale. E ogni volta che il nostro sguardo resta incantato dalla facciata — colta, composta, civile, presentabile — smettiamo di porci la sola domanda che conta davvero: quale posto occupa il bambino nel desiderio dell’adulto? È custodito come soggetto o trattenuto come proprietà?
La differenza tra una genitorialità sufficientemente sana e una genitorialità traumatogena passa da qui. Nel primo caso, il genitore tollera che il figlio non coincida con il proprio bisogno: ne accetta la separatezza, ne protegge i confini, ne accompagna la crescita senza divorarlo simbolicamente. Nel secondo, invece, il figlio viene saturato di funzioni che non gli appartengono: deve riempire, confermare, compensare, obbedire, riparare, talvolta perfino offrire il proprio corpo o la propria immagine a un uso che cancella la sua soggettività. È il passaggio dalla cura al possesso, dalla responsabilità al dominio, dal legame al sequestro psichico. Ed è precisamente lì che una società seria dovrebbe smettere di giudicare la famiglia per la sua estetica morale e cominciare a leggerla per la qualità dei suoi confini interni.
Il punto più perturbante del primo caso, infatti, non è solo l’eventuale presenza di materiale illecito. È il collasso della funzione protettiva proprio nel luogo che dovrebbe incarnarla. Quando, secondo l’accusa, l’immagine della figlia o dei piccoli parenti entra in un circuito sessualizzato, non siamo più davanti a una semplice trasgressione penale: siamo davanti alla distruzione della soglia simbolica che separa l’adulto che custodisce dall’adulto che usa. E quando questa distruzione avviene dentro figure “insospettabili”, il trauma collettivo cresce perché cade una favola: quella secondo cui il male avrebbe sempre la faccia sporca, il curriculum sbagliato, il lessico grossolano. Invece no. A volte il male ha una buona dizione, una posizione sociale e forse perfino un’immagine pubblica impeccabile. È una notizia sgradevole, ma solo perché vera troppo spesso. In Europa, secondo il Consiglio dell’Unione europea, un minore su cinque è vittima di qualche forma di violenza sessuale e tra il 70% e l’85% conosce il proprio abusante; un terzo non racconta nulla a nessuno.
Ed ecco la parte che fa ancora più male: noi adulti continuiamo a proteggere prima le nostre categorie mentali e poi i bambini. Difendiamo la famiglia “perbene” perché ci rassicura narcisticamente; ci accaniamo contro la famiglia eccentrica perché ci disturba visivamente e culturalmente. Nel primo caso il bambino rischia di scomparire dietro il decoro. Nel secondo rischia di scomparire dietro il dibattito ideologico. In entrambi i casi, il minore viene usato come schermo delle ansie adulte. O come prova da esibire. O come simbolo da strumentalizzare. Quasi mai come soggetto da ascoltare fino in fondo.
Sul piano psicoanalitico, la questione si fa ancora più netta. La genitorialità sana non coincide con la forma esterna della famiglia, ma con una funzione: contenere, proteggere, differenziare, riconoscere l’altro come altro. Dove questa funzione crolla, il figlio può essere ridotto a prolungamento narcisistico, a oggetto di godimento, a supporto di bisogni adulti che divorano i confini. È la logica più brutale della perversione: l’altro non esiste come soggetto con pudore, paura, diritto, inviolabilità; esiste come superficie da usare. E il bambino, proprio perché dipendente e fragile, è il luogo più scandaloso di questa cancellazione. Ma attenzione: esiste anche una perversione sociale più elegante e collettiva, quella che preferisce difendere le etichette piuttosto che interrogare le funzioni. La chiamiamo moralità, spesso è solo diniego.
Il digitale, naturalmente, ha aggravato tutto. Non inventa il desiderio di possesso, ma lo rende archiviabile, replicabile, trasmissibile, commerciabile, eternamente ritornante. Nel 2025, secondo i dati riportati da Sky TG24 dal report della Polizia postale, in Italia i procedimenti per pedopornografia e adescamento sono stati 2.574, con 222 arresti; il monitoraggio dei contenuti di abuso ha riguardato oltre 16.500 siti, con 2.876 inserimenti in blacklist. E nello stesso tempo continuiamo a comportarci online come se l’immagine del minore fosse una bomboniera affettiva: si fotografa, si posta, si inoltra, si conserva, si espone. Save the Children ricorda che l’over-sharenting produce tracce digitali permanenti, viola la privacy dei più piccoli e può perfino alimentare usi impropri o pedopornografici di immagini apparentemente innocue, oltre a facilitare pratiche di adescamento.
E allora la storia della professoressa e quella della famiglia nel bosco, pur così lontane, ci costringono a una lezione sola: la genitorialità non va giudicata con il metro del perbenismo né con quello dell’anticonformismo. Non basta la normalità apparente per essere una famiglia che protegge. E non basta l’alternatività per essere automaticamente una famiglia che danneggia. Il discrimine serio è un altro: quel contesto custodisce davvero il corpo del minore? tutela la sua mente? rispetta i suoi confini? garantisce salute, istruzione, relazioni, protezione? oppure lo espone — sessualmente, affettivamente, socialmente, simbolicamente — ai bisogni, alle fantasie o alle ideologie degli adulti?
Il guaio è che l’Italia ama ancora fare il contrario. Davanti al bosco si agita. Davanti al salotto si fida. Davanti all’eccentricità invoca subito il tribunale morale. Davanti alla rispettabilità sospende per troppo tempo il dubbio. Eppure la clinica, la cronaca e la storia ci dicono la stessa cosa con crudele insistenza: il trauma infantile non chiede il certificato di buona famiglia prima di entrare. Non ha bisogno di genitori trasandati, disfunzionali in modo folklorico, marginali abbastanza da essere riconoscibili a colpo d’occhio. Talvolta gli basta un adulto “perbene”. Talvolta gli basta una comunità che guarda la forma e non vede la ferita.
Il punto, in fondo, è semplice e dovrebbe essere ovvio. Ma in Italia l’ovvio ha sempre bisogno di una tragedia per essere preso sul serio. Un bambino non è la prova della rispettabilità di nessuno. Non è il vessillo morale della famiglia tradizionale, né il trofeo romantico della famiglia alternativa, né tantomeno il materiale disponibile per il godimento, per l’esibizione o per il progetto narcisistico dell’adulto. Un bambino è un soggetto. E quando una società dimentica questo, non importa se vive in un attico, in un liceo, in una redazione o in un casolare nel bosco: ha già cominciato a fallire.