La curva, il corpo, il destino: Senna e Zanardi nel Primo Maggio del “Given to Fly”
entrambi hanno abitato lo stesso significante profondo: il corpo al limite
di Vincenzo Maria Romeo - Pisichiatra Psicoterapeuta- - 05 maggio 2026 10:22
Ci sono date che non stanno semplicemente sul calendario. Ci guardano. Il 1° maggio dovrebbe essere il giorno del lavoro, delle piazze, delle rivendicazioni, della dignità dell’uomo che non vuole essere ridotto a macchina produttiva. Poi arriva lo sport — quello vero, non la sua versione imbalsamata da sponsor e frasi motivazionali — e ci ricorda qualcosa di più antico, più feroce, più infantile: che il primo lavoro dell’essere umano è sopportare il limite.
Il 1° maggio 1994 Ayrton Senna moriva a Imola, alla curva del Tamburello, durante il Gran Premio di San Marino. Non moriva soltanto un pilota. Moriva, in diretta, una certa idea novecentesca dell’eroe: l’uomo che sembra poter dominare la macchina, la pista, la pioggia, la paura, la velocità, e invece viene richiamato brutalmente alla propria finitezza. Il 1° maggio 2026, anche Alex Zanardi è scomparso, a 59 anni, dopo una vita che non ha semplicemente attraversato il trauma, ma lo ha trasformato in linguaggio, in postura, in testimonianza incarnata. La sua morte è stata annunciata il 2 maggio 2026; diverse fonti hanno riportato che la scomparsa è avvenuta il 1° maggio.
E allora il 1° maggio diventa una data doppia. Non perché Senna e Zanardi siano uguali — niente è più sciatto, davanti ai morti, che ridurli a figurine della stessa collezione sentimentale — ma perché entrambi hanno abitato lo stesso significante profondo: il corpo al limite.
Senna è stato il corpo verticale della trascendenza. Zanardi il corpo orizzontale della ricostruzione. Il primo sembrava correre verso un assoluto, come se la pista fosse un monastero asfaltato e la monoposto una cella di preghiera con il motore acceso. Il secondo ha fatto qualcosa di forse ancora più scandaloso per la nostra epoca cosmetica: ha mostrato che l’identità non coincide con l’integrità anatomica. E questo, per una società devota ai corpi levigati, giovani, performanti, fotografabili, è quasi un insulto metafisico. Perché noi amiamo la parola “resilienza”, purché resti educata, astratta, da convegno; molto meno quando prende la forma di una carne amputata che torna a guidare, a gareggiare, a vincere, a sorridere, a disturbare la nostra comoda compassione.
Dopo l’incidente del 2001 al Lausitzring, Zanardi perse entrambe le gambe. Tornò poi alle corse con vetture adattate e divenne uno dei volti più potenti del paralimpismo, vincendo quattro ori e due argenti tra Londra 2012 e Rio 2016; nel 2020 subì un altro gravissimo incidente in handbike, con lesioni craniche severe e un lungo percorso clinico successivo. Basterebbe questa sequenza per confezionare il santino dell’eroe. Ma il santino è sempre la forma più elegante dell’anestesia: ci commuove abbastanza da impedirci di pensare.
Perché Senna e Zanardi non vanno accostati nella melassa. Vanno accostati nel trauma.
Senna rappresenta la ferita dell’immaginario collettivo: l’eroe assoluto che cade davanti a milioni di spettatori, interrompendo il patto infantile secondo cui il campione, proprio perché campione, dovrebbe essere protetto da una qualche immunità simbolica. A Imola non si spezzò soltanto una vita; si spezzò una fantasia: quella per cui talento, tecnica, fede, concentrazione e volontà potessero bastare a salvare l’uomo dal reale. Il reale, invece, come sempre, non fece conferenze stampa. Presentò il conto.
Zanardi rappresenta un’altra ferita, più contemporanea: quella dell’uomo che sopravvive alla propria immagine precedente. C’è una morte che non coincide con il decesso biologico: è la morte del corpo come lo avevamo conosciuto, amato, usato, esibito, abitato. Dopo il 2001 Zanardi non è semplicemente “andato avanti”, espressione buona per i bigliettini motivazionali e per chi non sa cosa dire davanti al dolore. Ha dovuto compiere una delle operazioni psichiche più difficili: separarsi da una versione di sé senza trasformarla in un mausoleo.
Qui la psicoanalisi può aiutarci, se la facciamo scendere dal divano dorato e la portiamo in pista, dove l’inconscio odora di gomma bruciata. Senna e Zanardi incarnano due modi diversi di trattare il narcisismo. Senna sembra portare il narcisismo al suo punto più luminoso e tragico: non quello miserabile del “guardatemi”, ma quello arcaico del “devo coincidere con il mio ideale”. L’Io ideale che chiede tutto, pretende tutto, non perdona nulla. La sua guida era anche questo: un dialogo feroce con una legge interna, con un padre invisibile, con un Dio, con un limite da forzare e venerare insieme. Come se la velocità fosse il solo luogo in cui il soggetto potesse sentirsi pienamente vivo, e dunque immediatamente esposto alla morte.
Zanardi lavora invece sull’altro versante: non la coincidenza con l’ideale, ma la trasformazione dell’ideale dopo la frattura. Non “essere ancora quello di prima”, che sarebbe una condanna mascherata da coraggio, ma diventare altro senza consegnarsi all’annientamento. Questa è la sua grandezza psichica: non avere negato il trauma, ma averlo costretto a parlare un’altra lingua. Le protesi, l’auto adattata, l’handbike, il ritorno alla competizione non sono solo strumenti tecnici; diventano oggetti transizionali del corpo adulto. Attraverso di essi il soggetto dice: non sono più identico a me stesso, ma non per questo sono finito.
E qui entra “Given to Fly” dei Pearl Jam. Non come vezzo musicale, non come citazione da mettere lì per fare il titolo colto e un po’ rock — che è sempre una tentazione, soprattutto quando si vuole sembrare profondi senza faticare troppo. “Given to Fly” funziona perché contiene un’ambiguità decisiva: essere “dato al volo” significa essere elevato, consegnato a una traiettoria superiore, ma anche esposto alla caduta. Il volo non è mai soltanto liberazione; è anche rischio, perdita di appoggio, sospensione dalla terra. Senna e Zanardi sono, in modi diversi, due uomini “given to fly”: consegnati al volo della velocità, del desiderio, della sfida, ma anche alla vulnerabilità che ogni volo porta con sé. Uno precipita nel mito attraverso la morte improvvisa; l’altro attraversa la caduta, la mutilazione, la rinascita, il secondo trauma, e infine la fine. Il volo, per entrambi, non è decorazione poetica: è destino.
Naturalmente la società fa subito ciò che sa fare meglio: semplifica. Senna diventa “il più grande”, Zanardi “l’esempio di resilienza”. Due etichette comode, due lapidi verbali. Così non dobbiamo chiederci nulla. Non dobbiamo domandarci perché ci emozioni tanto chi rischia la vita per andare più veloce. Non dobbiamo interrogarci sul nostro culto della prestazione. Non dobbiamo ammettere che guardiamo questi uomini perché ci permettono di vivere per procura ciò che non osiamo toccare: il confine.
Il confine tra controllo e abbandono. Tra potenza e fragilità. Tra corpo come macchina e corpo come destino. Tra il desiderio di superarsi e la tentazione, molto più oscura, di sparire dentro il superamento.
Senna ci costringe a guardare il lato tragico dell’ideale. Zanardi ci costringe a guardare il lato creativo della mancanza. Senna è l’eroe che cade mentre sembra ancora lanciato verso l’assoluto. Zanardi è l’eroe che cade, si spezza, resta, ricomincia, cade ancora, e alla fine ci lascia non l’immagine della perfezione, ma quella — molto più adulta, molto più difficile — della continuità dopo la catastrofe.
C’è qualcosa di profondamente umano in Zanardi: non la retorica dell’ottimismo obbligatorio, quella piccola dittatura sorridente per cui anche il dolore deve diventare edificante, anche la tragedia deve produrre una morale spendibile. No. La sua grandezza sta in un punto più sobrio e più radicale: aver mostrato che non sempre guarire significa tornare come prima. A volte guarire significa smettere di venerare il “prima” come se fosse l’unico luogo legittimo della vita.
Senna, invece, resta il volto di un lutto non del tutto elaborabile. Forse perché morì giovane, bellissimo nella sua serietà tormentata, già circondato da una luce da icona. Forse perché la sua morte fu televisiva, collettiva, quasi rituale. Forse perché aveva dentro quella malinconia dei predestinati, di chi sembra sapere che il proprio destino non può essere amministrato con prudenza. Dopo Imola, la Formula 1 cambiò molto sul piano della sicurezza: anche questo è parte del suo lascito. Il trauma, quando non viene negato, può diventare istituzione, regola, protezione.
Ma resta una domanda più scomoda: perché abbiamo bisogno che qualcuno muoia per ricordarci che il limite esiste? Bella civiltà, la nostra. Sofisticata, tecnologica, iperconnessa, piena di webinar sulla prevenzione e di dispositivi che ci misurano battiti, passi, sonno, calorie, ansie e illusioni. Poi però, davanti alla morte, siamo ancora bambini con il naso contro il vetro. Guardiamo Senna e Zanardi e ci commuoviamo perché loro hanno fatto della finitezza una scena pubblica. Ci hanno liberati, per un istante, dall’oscenità quotidiana della rimozione.
Il 1° maggio, allora, non è soltanto una coincidenza. È una ferita simbolica. È il giorno in cui due storie diversissime si toccano nel punto più umano: la vulnerabilità. Senna ci dice che anche il genio può infrangersi. Zanardi ci dice che anche l’infranto può generare forma. Uno ci consegna il mistero della caduta. L’altro il mistero della permanenza. Uno muore dentro la velocità. L’altro attraversa la velocità, la mutilazione, la rinascita, il silenzio, e infine la morte.
E noi, cosa facciamo con tutto questo?
Possiamo limitarci a dire “campioni”, “leggende”, “eroi”. Funziona sempre. Costa poco. Riempie bene i titoli. Oppure possiamo permetterci un pensiero più doloroso: forse Senna e Zanardi ci commuovono perché mostrano ciò che la nostra epoca tenta disperatamente di occultare. Che il corpo non è un accessorio dell’identità. Che la prestazione non salva dalla fragilità. Che la volontà è potente, ma non onnipotente. Che il limite non è il fallimento della vita: è la sua materia.
Il 1° maggio porta oggi due nomi incisi nella stessa zona dell’immaginario. Ayrton Senna, il ragazzo che cercava se stesso andando oltre se stesso. Alex Zanardi, l’uomo che ha continuato a cercarsi dopo essere stato costretto a non riconoscersi più. Due corpi, due miti, due ferite. Uno ci ha insegnato che anche l’assoluto può schiantarsi contro un muro. L’altro che, dopo il muro, può esistere ancora una strada.
E forse il lutto più vero non consiste nel dire che non muoiono mai — frase consolatoria, e francamente anche un po’ offensiva verso la morte, che il suo mestiere lo fa benissimo. Consiste nel riconoscere che alcune vite, quando finiscono, continuano a lavorare dentro di noi. Come sogni irrisolti. Come sintomi collettivi. Come domande che non vogliono guarire troppo in fretta.
Senna e Zanardi non ci chiedono di applaudirli ancora. Ci chiedono qualcosa di più difficile: smettere, almeno per un momento, di mentire sul nostro rapporto con il limite.
E per una società che ha trasformato la fragilità in difetto di fabbricazione, sarebbe già una rivoluzione.