Politica

Reggio al Bivio (IX): I candidati ci sono, le idee un po' meno

Tra risanamento e promesse il conto che nessuno vuole presentare

di Francesco Nicolò - 29 aprile 2026 12:30

Un’abbraccio fuori dall’ex  teatro Margherita, quel lampo di fair play tra Domenico Battaglia e Francesco Cannizzaro, che ha il sapore amaro di un’illusione ottica. È la quiete prima della tempesta, il sipario di velluto che nasconde le fratture di una città stanca, ferita da una disorganizzazione strutturale che sembra ormai essersi fatta DNA. Mentre i candidati si stringono la mano per il beneficio dei fotografi, fuori da quel vecchio teatro una città aspetta risposte che nessuno sembra ancora in grado di formulare con la necessaria concretezza. E ad interrompere questo fair play pre elettorale è l’ex sindaco Falcomatà, che irrompe in campagna elettorale alzando le barricate della resistenza scuotendo il proprio fronte quasi rassegnato. A latere si aggiunge una comunicazione che punta l’avversario catturandolo in posture poco istituzionali per sollevare il sentimento di disagio. 

La campagna elettorale, inaugurata domenica con l’ importante mobilitazione di Cannizzaro entra ora nel vivo. Battaglia ieri nel suo intervento di presentazione della lista “Casa Riformista” ripropone il “leitmotive” ormai punto sostanziale del dibattito pubblico che nel 2014 fu fatta una scelta precisa: non dichiarare il dissesto, percorso che avrebbe distrutto le imprese. Invece si scelse un percorso di risanamento del debito, rimettendo in ordine le partecipate, stabilizzando lavoratori precari, avviando oltre 200 assunzioni. È una narrazione tecnicamente difendibile. Ma è anche una narrazione incompleta. Il debito eccepito è un debito maturato nel tempo i quasi 800 milioni sono un debito generato dalla cancellazione dei crediti non esigibili che la norma correte non vuole può siano trattati come crediti da fare contrappeso alle uscite. Certo la corte pare abbia assegnato 140 milioni come prodotto della gestione amministrativa Scopelliti.

Il risanamento del bilancio sebbene reale, è anche il risultato di un’accordo/prestito con il governo e aumento della riscossione a livelli esorbitanti nonché piano di dismissione di patrimonio comunale. Reggio Calabria è “tecnicamente salva” ma urbanisticamente e socialmente deambulante. La riscossione è rimasta limitata ai paganti noti unica fonte certa d’incasso. Eppure la prima attività di un amministratore e di conoscere i cittadini contribuenti. E senza  un censimento puntuale dei contribuenti ed una reale volontà di equità fiscale da parte di tutti, il risanamento resta un’operazione a carico dei contribuenti censiti, che non si traduce ne in servizi per il cittadino né in riduzione della pressione fiscale. I 12 anni di amministrazione uscente lasciano la gestione rifiuti ( atavico problema) con due o tre piani di gestione e risultati evidenti di micro discariche localizzate, rifiuti in ogni civico e strade pattumiere. Un Piano Spiaggia che ha mortificato la bellezza paesaggistica del lungomare con “lidi” eccessivamente stile baraccamenti, oscuranti la visione magica, dello stretto. Una costa priva di spiaggia ma pregna di odori e decibel troppo spesso scenario di risse. L’amministrazione uscente ha manifestato improvvisazione nel chiudere attività commerciali, dehors nel pieno dell’estate. La realizzazione della pedana in legno ad sorta di pontile in una via mai considerata passeggio è stata una violenza priva di significato. E poi programmi estivi lastminute ed esperimenti stile Ibiza in un angolo abbandonato del pianeta che necessita prima di accogliere di essere presentabile e vissuto. Sul fronte opere pubbliche e mobilità poco e male abbiamo assistito a bike lane e car sharing poco funzionali o non funzionali, scuole evacuate in serie prive di un programma di supporto. Gestione dei cantieri ferma o sospesa a tempo indeterminato. La riqualificazione dell’area Tempietto ha dato vita ad un lungo abbandonato diventando uno spazio vitale cittadino importante sebbene non si comprenda come possa vivere senza un gettito minimo. 

Il PSC costruito a passi lenti, è rimasto non operativo e non funzionale in una prospettiva futura, le aree industriali dimenticate, l’università un ente estraneo al sistema comunale. Troppe e tante scelte caratterizzate più per la forma che per l’utilità sociale. 

Dall'altro lato della barricata, assistiamo a una veemenza di idee che ondeggiano pericolosamente tra l’eccessiva complessità e un semplicismo che non rassicura. Si promette il cambio di passo, la chiave di volta sono i grandi progetti, l’utilizzo dei fondi europei senza sprechi ma con competenze e merito, competenze e merito. Ma nessuno chiarisce come spezzare il circolo vizioso dei rifiuti e delle micro-discariche che soffocano le periferie. Nessuno indica come rigenerare davvero una costa devastata o come dare un’anima alle filiere produttive locali o come intercettare tutti i contribuenti. 

Le idee appaiono immense tutte degne di essere viste: città universitarie, pontili galleggianti, alberghi invece che scuole ed uffici, porto turistico, salone nautico dello stretto. Una visione di una città che ha già risolto i problemi con se stessa e si muove su altre galassie, ma che priva di una pianificazione  reale dei vincoli urbanistici e soprattutto sociali appare a tanti una visione alla “ceccolaqualunque”. 

E mentre si discute di massimi sistemi, emerge la vicenda emblematica del Museo del Mare, escluso per oltre 10 anni dalla programmazione rientra in scena come “Volano di sviluppo”: un’espressione ormai logora, recitata come un mantra, ma svuotata di reale significato e priva di qualsiasi sostanza concreta.

La convocazione delle associazioni per deciderne il futuro, la diatriba sul nome Versace o Boccioni che considerati i tanti altari sparsi a sostegno della memoria ci saranno altri “illustri candidati”. È la sintesi perfetta del paradosso reggino: ci si accapiglia sul simbolo, sul "brand" da appiccicare a un’opera firmata Zaha Hadid, mentre non esiste ancora un piano gestionale che spieghi come quell’edificio diventerà un attrattore economico capace di generare lavoro e non solo altri costi di manutenzione. Un'opera pubblica, per essere tale, deve avere un tempo di ritorno, sociale o economico che sia. Se genera solo declino o ritardi infiniti, smette di essere un'opportunità e diventa una zavorra.

Il pericolo numero uno di ogni cambio è il "vizio del reset”. Ogni amministrazione che arriva cancella quanto fatto dalla precedente, buona o cattiva, in un eterno ricominciare che annulla ogni possibilità di sviluppo. Reggio non ha bisogno né ti un terzo e quarto tempo ne di nuove promesse elettorali scritte sull'acqua, ma di un indirizzo costante che duri decenni. Oggi si stabilizza un precario, domani si avvia un cantiere, ma nel frattempo i giovani continuano a fuggire perché la città non offre un terreno fertile per l'impresa privata, ma solo somministrazioni pubbliche che bastano appena a sopravvivere.

La centralità nel Mediterraneo, trasversalmente e tristemente evocata per l’esaltazione dell’orgoglio degli ultimi, non è un dato geografico, è una conquista politica ed economica che Reggio sta perdendo ogni giorno di più. Se la politica continuerà a limitarsi a gestire le macerie o a sognare cattedrali senza fondamenta, quel bivio di cui parliamo non porterà da nessuna parte. È tempo che i candidati escano dal perimetro dei reciproci attacchi e spieghino, cifre e tempi alla mano, come intendono risanare gli immobili incompiuti e dare un senso economico alle opere finanziate e non ultimate, e come far sì che il futuro della città non sia solo l'ennesimo annuncio, ma un cantiere finalmente concluso come forse si appresta a diventare il piccolo ma essenziale aeroporto dello stretto.