Politica

Il corpo del candidato e l’inconscio della città: Reggio Calabria davanti allo specchio elettorale

di Vincenzo Maria Romeo - Pisichiatra Psicoterapeuta- - 30 aprile 2026 18:50

Di  Dott.Prof. Romeo Maria Vincenzo 

In ogni campagna elettorale arriva un momento in cui la politica smette di essere soltanto programma, alleanza, promessa amministrativa, e diventa scena. Una scena pubblica, emotiva, quasi familiare, dove non circolano solo idee, ma corpi, lapsus, simboli, toni di voce, riferimenti religiosi, memorie televisive, frammenti di linguaggio popolare. È lì che la politica incontra l’inconscio collettivo. E l’inconscio, com’è noto, non ha particolare rispetto per i programmi elettorali in PDF.

La campagna reggina offre un materiale prezioso: la “pancia”, gli “addominali”, la Madonna, Lele Mora, Valeria Marini, il sacro e il trash, la corporeità del candidato, la trasformazione di un gesto in oggetto di commento e contro-commento. Osservati con uno sguardo meno militante e più clinico-sociale, questi elementi non sono folklore. Sono sintomi. E, come ogni sintomo, meritano rispetto. Anche quando fanno sorridere. Anzi: soprattutto quando fanno sorridere.

Il riso è una delle forme più raffinate della difesa psichica: si ironizza per non pensare troppo, si trasforma in battuta ciò che, se preso sul serio, obbligherebbe a un confronto più duro con la realtà. La città che commenta la pancia di un candidato o l’addominale di un altro forse non sta soltanto facendo satira politica. Sta spostando il conflitto su un terreno più accessibile, immediato, corporeo. Sta scegliendo un’immagine al posto di una domanda.

La psicoanalisi chiamerebbe questo movimento spostamento: il contenuto originario — complesso, doloroso, ansiogeno — viene trasferito su un oggetto più piccolo e maneggevole. Parlare della città reale è difficile: servizi, periferie, bilanci, welfare, giovani, trasporti, macchina amministrativa. Parlare della pancia, invece, è democraticissimo: non servono competenze, non servono documenti, non serve neppure ascoltare tutto il discorso. Basta un fotogramma. Splendido trionfo dell’opinione a bassa manutenzione.

Qui la politica contemporanea mostra il suo tratto più inquietante: non è più soltanto rappresentanza, ma rappresentazione. Il candidato non viene solo ascoltato; viene visto, sezionato, trasformato in immagine, ridotto a postura, corpo, gesto. La corporeità diventa un testo politico parallelo. Non conta soltanto cosa egli dica, ma come appare mentre lo dice.

Bisogna però evitare il moralismo facile. La politica è sempre stata corpo, rito, teatralità, presenza. Il problema non è che il corpo entri nella politica. Il problema nasce quando il corpo sostituisce il pensiero; quando l’immagine prende il posto dell’argomento; quando il commento anatomico diventa scorciatoia interpretativa.

La “pancia”, allora, non è più pancia. Diventa simbolo di eccesso, popolarità, istinto, immediatezza, forse di una certa idea di maschile politico meridionale: corporeo, affettivo, esuberante, rumoroso. Gli “addominali” non sono più addominali: diventano disciplina, controllo, narcisismo, estetizzazione, immagine. Due corpi, due fantasmi. Due modalità attraverso cui la comunità proietta categorie opposte: autenticità contro costruzione, popolo contro élite, spontaneità contro forma. Tutto questo non dice necessariamente la verità sui soggetti coinvolti. Dice molto, invece, su chi guarda.

Poi c’è il sacro. I riferimenti alla Madonna, alla protezione, alla rinascita simbolica di una città non possono essere liquidati con un’alzata di sopracciglio laicista. Nel Sud, e a Reggio in particolare, il sacro non è un soprammobile folklorico: è linguaggio affettivo, memoria familiare, rito comunitario, appartenenza, consolazione. La Madonna della Consolazione, già nel nome, contiene una funzione psichica: consolare ciò che la storia ha ferito.

Il punto non è stabilire se un riferimento religioso sia legittimo o illegittimo. Il punto è chiedersi cosa accade quando il linguaggio politico si intreccia al linguaggio salvifico; quando la città non viene soltanto amministrata, ma promessa alla rinascita; quando il candidato rischia di essere investito di una funzione non più soltanto gestionale, ma riparativa, quasi taumaturgica. Le comunità hanno bisogno di simboli e immagini di futuro, ma quando la domanda di riscatto diventa troppo intensa può trasformare la politica in promessa messianica. E la promessa messianica tollera male la verifica: il miracolo non ha bisogno di cronoprogrammi. Una città, invece, sì.

Accanto al sacro, troviamo il trash: Lele Mora, Valeria Marini, il repertorio televisivo dell’Italia spettacolarizzata, quella specie di grande inconscio pop-nazionale che riemerge come un rimosso mai davvero elaborato. Il trash nella politica non è soltanto cattivo gusto: è un codice, un archivio emotivo condiviso, il luogo in cui il potere si abbassa, si fa intrattenimento, diventa riconoscibile.

La psicologia sociale descriverebbe questi fenomeni come semplificazione cognitiva e polarizzazione simbolica. In contesti saturi di informazioni, gli individui si affidano a segnali brevi, immagini, etichette, contrapposizioni. La complessità viene ridotta a categorie emotive: noi/loro, autentico/finto, popolare/snob, sacro/profano, competente/folklorico, corpo/parola. Si smette di valutare e si comincia ad appartenere.

Quando la campagna elettorale regredisce a battaglia di segni, non chiede più al cittadino di pensare. Gli chiede di riconoscersi. Non domanda: “quale progetto di città ritieni più convincente?”. Domanda: “a quale immaginario appartieni?”. In questo modo la città non discute: si scinde.

La scissione divide il mondo in buoni e cattivi, salvatori e distruttori, competenti e incapaci. È rassicurante, perché evita l’ambivalenza. Ma la democrazia, se presa sul serio, è il luogo dell’ambivalenza: lo spazio in cui si dovrebbe poter dire che qui c’è un’intuizione valida, lì una retorica eccessiva; qui una promessa interessante, lì una debolezza.

La campagna reggina diventa così un laboratorio epistemologico: che cosa consideriamo conoscenza politica? Che rapporto esiste tra immagine e verità, corpo e competenza, simbolo e programma, emozione e decisione? Una città vota davvero sulla base di ciò che conosce, oppure sulla base di ciò che sente di riconoscere?

La città, quando parla dei corpi dei candidati, forse sta parlando del proprio corpo. Reggio Calabria è essa stessa un corpo urbano: ha ferite, cicatrici, zone anestetizzate, parti iper-esposte e parti dimenticate. Ha un volto scenografico — il mare, lo Stretto, il lungomare — e un interno spesso faticoso, meno fotografabile. Forse il corpo del candidato diventa così rilevante perché consente di non guardare il corpo della città.

La questione, allora, non è censurare questi elementi, ma interpretarli. Quale bisogno psichico collettivo intercettano? Quale angoscia spostano? Quale desiderio rivelano? Quale vuoto riempiono? Il vuoto è forse il protagonista silenzioso di questa scena: vuoto di fiducia, di futuro, di linguaggio pubblico, di mediazione, di luoghi in cui discutere senza trasformarsi subito in fazioni.

Una città non si misura soltanto dalla qualità dei suoi candidati. Si misura anche dalla qualità delle domande che rivolge loro. La domanda più urgente non è: chi ha ragione? La domanda più urgente è: di cosa stiamo parlando quando crediamo di parlare di politica? Forse parliamo di corpi perché non sappiamo più parlare di istituzioni. Forse parliamo di miracoli perché non riusciamo più a immaginare processi. Forse parliamo di trash perché il confine tra spettacolo e potere è diventato poroso.

Il corpo del candidato, in fondo, è solo il pretesto. L’inconscio della città è il vero argomento. E forse il compito più serio di questa campagna elettorale non sarebbe decidere se ridere o indignarsi, ma imparare a domandarsi perché certe immagini ci catturano così facilmente. Solo quando una comunità riconosce i propri automatismi può iniziare a scegliere davvero. Tutto il resto è rumore: brillante, virale, talvolta irresistibile…ma pur sempre rumore.