Politica

Smettiamola di piangere quando i nostri giovani partono. Cominciamo a chiederci perché partono.

di Francesco Nicolò - 07 settembre 2026 14:34

Non possiamo impedire ai nostri ragazzi di andare via per studiare, formarsi e cercare un lavoro che il nostro territorio, oggi, non riesce a garantire.

Non possiamo impedire ai nostri ragazzi di partire e cercare altrove quel futuro che oggi il territorio non riesce a garantire. Ma forse dovremmo avere il coraggio di raccontare anche cosa significa, per chi rimane o per chi prova a tornare, costruirsi uno spazio senza una “mano amica”.

Eh già, perché non possiamo nasconderci dietro l’ipocrisia.

Ci sono ruoli, anche quelli meno qualificati, nei quali una conoscenza, una relazione, una porta che si apre possono fare la differenza. Non sempre è così, certo. Ma quando le opportunità sono poche e il sistema economico è ristretto, il peso delle relazioni personali diventa inevitabilmente maggiore.

E non tutti hanno una “mano amica”!

E allora trovo sinceramente ipocrita il lamento continuo sull’abbandono della nostra terra quando non si affrontano le ragioni profonde che lo determinano.

Un giovane non parte necessariamente perché non ama la propria città. Ma parte perché sa che non può permettersi di investire anni nella propria formazione per poi ritrovarsi senza opportunità, con competenze che il mercato locale non riesce ad assorbire e con il rischio di diventare prima un lavoratore precario e poi un disoccupato.

Questa non è una storia iniziata ieri. È una delle grandi questioni irrisolte del Mezzogiorno, che affonda le proprie radici in decenni di emigrazione e di mancato sviluppo. E per affrontarla non servono né slogan né sperare di un domani che nessuno sa garantire.

Servono politiche industriali, ambientali e infrastrutturali di lungo periodo affinché diventino strutturali, una nuova stagione per l’artigianato, il turismo ed una formazione finalmente collegata alle opportunità che vogliamo creare.

Ma mentre aspettiamo che queste politiche producano i loro effetti tra un cambio di governo e l’altro c’è una cosa che possiamo e dobbiamo fare subito: tenere aperto il filo con chi è partito. 

Le amministrazioni hanno il dovere di sostenere i cittadini fuori sede al rientro.  Per rispetto, per riconoscenza degli sforzi , per dimostrare che non sono indesiderati ma che il territorio non riesce a soddisfare tutti ma che li cerca e li sente ancora cittadini a tutti gli effetti, non a parole e sentimenti di compassione.

Una città che si lamenta della fuga dei propri giovani dovrebbe preoccuparsi anche di rendere semplice il loro ritorno. E la mobilità dei fuori sede deve essere una parte di questa politica.

L’opinione pubblica che viene somministrata sta diffondendo e rilancia i cori di chi giustifica una riduzione dei voli, chi ricorda le battaglie per far rivivere lo scalo, chi esalta nuove somme  per l’aereostazione. E poi c’è anche chi ancor peggio chiede spiegazioni e critica il presente, sotterrando  le proprie responsabilità nel non avere  prodotto  risultati nel passato.  

Ebbene la discussione non può essere oggi solo se Ryanair ridurrà la propria presenza sull’aeroporto di Reggio Calabria, rispetto ad altri scali, ma se mentre le compagnie di trasporto devono fare della logistica e dell’economia la prima missione, la Regione non può limitarsi a prendere atto della decisione. 

Deve sedersi al tavolo e chiedere una risposta concreta quantomeno trovare forme alternative e collegamenti mirati nei periodi in cui migliaia di calabresi che vivono fuori regione cercano di tornare a casa, durante le principali festività.

Non è assistenzialismo. È politica territoriale.

Un ragazzo che studia a Milano, Bologna, Roma o Torino un lavoratore o lavoratrice che vive fuori regione non deve essere costretto al calvario di scegliere tra tornare a casa e spendere cifre proibitive per un biglietto aereo o ferroviario.

E dobbiamo cambiare prospettiva. Non chiediamo ai nostri giovani di restare a tutti i costi, non promettiamo occasioni che oggi ancora non ci sono.  

Sebbene  la missione più alta della politica è anche quella di riuscire  a costruire un territorio nel quale restare sia una possibilità,  e partire sia una scelta, nel mezzo deve dimostrare che tornare sia ancora possibile. 

E la vita impone a tutti di vedere ciò che oggi c’è e verosimilmente ci sarà nei prossimi anni.