Sud invisibile allora come oggi
L’emergenza è uno Stato che, ancora una volta, guarda altrove
di Elisabetta Marcianò - 22 gennaio 2026 13:15
«L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo».Giovanni Giolitti pronunciò queste parole all’indomani del terremoto del 1908, prima di capire che Messina e Reggio Calabria erano state cancellate dalla faccia della terra. Poi chiese scusa. Ma quando lo fece, era già troppo tardi.
Me lo ha ricordato mio figlio, ieri sera, mentre gli raccontavo 4 giorni di delirio. Lui vive in Veneto, ma questa è un'altra storia.
E allora ho pensato che Ala distanza di oltre un secolo, quel riflesso non è morto. Si è solo fatto più ipocrita.
Da quattro giorni ampie aree del Sud Italia sono sotto l’attacco dell’uragano Herny: mareggiate violente, piogge incessanti, infrastrutture al collasso, comunità isolate, danni che crescono ora dopo ora. Un’emergenza reale, documentata, prolungata. Eppure lo Stato, ancora una volta, si limita a osservare.
Parole ce ne sono state. Dichiarazioni, formule di rito, rassicurazioni generiche. Ma i fatti no.
Ad oggi non è stato convocato alcun Consiglio straordinario dei Ministri. Nessuna riunione d’urgenza, nessuna decisione politica forte, nessuno stanziamento immediato. Come se quattro giorni di emergenza continua non fossero sufficienti a giustificare un’assunzione piena di responsabilità da parte del governo. E non basta. Perché mentre territori interi affrontano danni e isolamento, nessun politico nazionale di primo piano si è recato nelle zone colpite. Nessuna visita, nessuna presenza, nessuna assunzione simbolica di responsabilità. Nessuno che abbia sentito il dovere di esserci. Come se il Sud potesse essere governato per comunicati stampa, senza contatto diretto con la realtà.
Questa assenza non è casuale. È strutturale.
Quando le emergenze colpiscono il Sud, diventano immediatamente “locali”. Vengono declassate, diluite, rimandate. Non fanno scattare riflessi automatici, non producono urgenza politica, non interrompono agende e priorità. È accaduto nel 1908. Accade ancora oggi.
Non c’è più il disprezzo esplicito di Giolitti, ma c’è qualcosa di forse peggiore: l’indifferenza istituzionale. Un’indifferenza che si manifesta nella lentezza, nell’assenza, nella scelta consapevole di non decidere. E mentre lo Stato tace o rinvia, i territori pagano.
Essere invisibili oggi non significa non essere visti. Significa essere visti e ritenuti sacrificabili. Significa che l’emergenza viene riconosciuta a parole, ma non considerata abbastanza grave da imporre scelte immediate, presenza politica, atti straordinari.
Lo Stato non può permettersi di arrivare sempre dopo. Non può intervenire solo quando l’emergenza è finita e resta solo la conta dei danni. Non può limitarsi a gestire la narrazione mentre le comunità affrontano la realtà.
Giolitti almeno ebbe l’onestà di chiedere scusa. Ma nel 1908 come nel 2026, le scuse non salvano territori, non riparano infrastrutture, non restituiscono fiducia.
Il Sud non chiede attenzioni speciali. Chiede ciò che dovrebbe essere elementare in una Repubblica che si dice una e indivisibile: pari dignità politica, pari urgenza, pari presenza dello Stato.
Perché l’emergenza non è solo l’uragano Herny. L’emergenza è uno Stato che, ancora una volta, guarda altrove.