Reggio dopo Falcomatà
La città che cerca un leader, non un superstite
di Francesco Nicolò - 11 gennaio 2026 15:43
C’è una verità che a Reggio Calabria tutti conoscono ma pochi osano dire ad alta voce: la fine del ciclo di Giuseppe Falcomatà non ha prodotto un’alternativa politica, ma solo un vuoto.
E i vuoti, in politica, non restano mai tali: o vengono riempiti da una nuova leadership o si trasformano in paludi.
L’ultimo mandato non è stato prolungato dall’entusiasmo popolare, ma dalla paura del salto nel buio. Una paura che ha bloccato l’elettorato, costretto a scegliere non il meglio, ma ciò che sembrava meno rischioso.
La sconfitta della destra: quando perdere era evitabile
Il centrodestra reggino aveva un’occasione storica. L’ha sprecata.
Non per colpa dell’avversario, ma per cecità strategica. Ha parlato contro l’amministrazione uscente senza riuscire a parlare alla città.
Ha ignorato un dato politico evidente: una larga parte dell’elettorato reggino manifesta una intolleranza culturale e politica verso la Lega. Non per pregiudizio ideologico, ma per incompatibilità storica, sociale, linguistica.
Invece di disinnescare quel rigetto, lo ha amplificato. Risultato: voti persi prima ancora di essere contati.
E poi c’è il fantasma che ritorna sempre, puntuale: i debiti, il dissesto, il passato amministrativo della destra.
Un passato mai elaborato fino in fondo, mai archiviato con un atto politico netto. A Reggio, quel ricordo pesa più di qualsiasi promessa futura.
Il centrosinistra: ha vinto, ma non governa il futuro
Dall’altra parte, il centrosinistra non può cantare vittoria. Ha beneficiato sia degli errori altrui, sia di una figura che benché non autorevole, si è dimostrata superiore sul piano della comunicazione mediatica più che per la una propria forza rigenerativa. Una forza che ha messo a tacere le tante componenti interne per 11 anni.
Il problema adesso è tutto interno alla sinistra: chi viene dopo Falcomatà? Il rischio è evidente: posizioni interne e forze che devono convivere e riconciliarsi per affrontare il nuovo corso.
Il rischio é confondere la continuità con la capacità. Continuità che sarà certamente parte integrante dell'identità, per difendere il passato e chiedere ancora un tempo.
Il Partito Democratico locale è con esso le forze di sostegno è esposto in mille schegge, attraversato da correnti in una sorta di resa dei conti, e piccoli feudi elettorali. Manca oggi una figura capace di dire: questa stagione finisce qui, ora se ne apre un’altra.
Senza questa rottura consapevole, la sinistra rischia di presentarsi alle prossime elezioni non come forza di governo, ma come amministrazione uscente permanente, stanca e senza slancio.
La destra che servirebbe (e non c’è ancora)
Se il centrodestra vuole davvero ambire a Palazzo San Giorgio, deve smettere di essere identitario e iniziare a essere istituzionale.
Una destra:
• meno urlata,
• meno nostalgica,
• più competente sui conti, sui servizi, sulla macchina comunale.
Una destra che trovi nel baricentro delle sue idee politiche intrise di pragmatismo sociale ed economico una forza di governo e non una semplice testimonianza dei partiti.
Che abbia il coraggio di dire che alcune pagine del passato non sono ripetibili. Una forza che punti al primo posto dell'agenda il rilancio economico, urbanistico e culturale per poter distribuire ricchezza e welfare.
La sinistra che manca
Specularmente, al centrosinistra serve una leadership:
• meno simbolica,
• più politica,
• capace di reggere il conflitto interno e quello con la città.
• una forza che non rilegga lo spartito nazionale ma sia consapevole delle reali priorità del territorio Non un erede, ma un fondatore di fase.
Dalla speranza alla tela di Penelope
C’è poi il grande incompiuto: il civismo dei comitati di quartiere.
Per anni hanno rappresentato l’unica voce autenticamente territoriale: periferie, servizi, degrado, bisogni quotidiani. Avevano una forza rara: credibilità dal basso.
Eppure, invece di diventare l’embrione di un’alternativa, sono finiti imbrigliati in una tela di Penelope: convocati, ascoltati, coinvolti… e poi regolarmente disinnescati. Qualcuno utilizzato come strumento di propaganda della partecipazione, altri come occasione per promuovere personali aspirazioni.
Molti comitati, con reale coscienza critica, hanno intrapreso un tanto impervio quanto indesiderato percorso giuridico per essere riconosciuti come soggetto politico ed interlocutore della rappresentanza civica.
Ma il limite non è stato solo esterno. Anche il civismo ha mostrato fragilità strutturali:
• frammentazione eccessiva,
• incapacità di fare sintesi e scegliere una guida.
• difficoltà ad aggregare masse.
Nel momento decisivo, quando avrebbero dovuto fare il salto e costruire un’alternativa autonoma – magari imperfetta, ma reale – hanno esitato per timore di non essere né da una parte ne dall'altra, mantenendo fede all'impegno ad una voce apartitica.
La nascita delle circoscrizioni molto probabilmente allontanerà la partecipazione tra territorio e amministrazione avvicinando più che i cittadini, i partiti al territorio.
Reggio non cerca un nome, cerca una guida
Reggio Calabria non ha bisogno di un volto nuovo per abitudine, né di un ritorno al passato per disperazione.
Ha bisogno di una leadership adulta, capace di assumersi responsabilità, rompere equilibri stanchi e parlare un linguaggio di verità.
Se destra e sinistra continueranno a presentarsi come ciò che resta invece che come ciò che inizia, il rischio è chiaro:
non cambierà il governo della città, ma solo il calendario elettorale.
E Reggio, questo immobilismo, ormai consolidato, non può più permetterselo per non rischiare di diventare un rudere urbano tra le macerie d'interventi incompleti o realizzati solo per manifestare un interesse verso un pubblico votante più che determinare un concretamente un indirizzo con il risultato di non lasciare una dote da cui ripartire.