Politica

Reggio Calabria: una città che cuoce, da tempo, a cottura lenta

Alla città viene chiesto di adattarsi invece di reagire

di Elisabetta Marcianò - 06 febbraio 2026 10:37

La nomina di Castorina a capogabinetto della città Metropolitana di Reggio Calabria non può essere letta come un episodio isolato né come una semplice scelta di assetto interno all’amministrazione, perché si colloca dentro una fase storica che la città attraversa ormai da tempo. Una crisi profonda e stratificata che non riguarda più soltanto l’economia, l’amministrazione o i servizi, ma investe direttamente la qualità della democrazia locale, il rapporto tra potere e cittadini e, soprattutto, il modo in cui la politica sta progressivamente abituando la città a considerare “normale” ciò che normale non è.

C’è una metafora che descrive bene questa condizione: quella della rana immersa nell’acqua fredda che, mentre la temperatura sale lentamente, non percepisce il pericolo e finisce per cuocere senza mai reagire. È esattamente così che funziona la normalizzazione della crisi politica: non attraverso shock improvvisi, ma tramite piccoli spostamenti continui del limite di ciò che è accettabile, fino a rendere ordinario ciò che dovrebbe allarmare.

A Reggio Calabria questo processo è in atto da tempo. Decisioni prese senza un reale confronto pubblico, nomine politicamente decisive raccontate come atti tecnici, linguaggi sempre più autoreferenziali e rassicuranti verso l’interno dei palazzi, mentre fuori cresce la distanza, la fatica, la sfiducia. Tutto avviene gradualmente, senza strappi evidenti, e proprio per questo rischia di non produrre una reazione immediata, ma solo un adattamento silenzioso.

Il ruolo di capogabinetto, per la sua natura profondamente politica, è uno dei luoghi in cui questa dinamica diventa più evidente, perché è lì che si forma il linguaggio del potere, si selezionano le priorità reali rispetto a quelle dichiarate e si decide implicitamente chi ha diritto di incidere e chi deve limitarsi ad assistere. Presentare una scelta di questo tipo come neutra significa contribuire a riscaldare ulteriormente quell’acqua in cui la città viene tenuta immersa.

Quando la politica evita di riconoscere errori e responsabilità, quando trasforma l’eccezione in consuetudine e l’emergenza in routine, allora la crisi smette di apparire come tale e diventa “normalità”, una normalità che anestetizza il conflitto democratico e riduce la capacità collettiva di reagire. È qui che la crisi diventa morale, prima ancora che amministrativa.

Il gruppo dirigente che guida Reggio porta una responsabilità precisa in questo processo, non tanto per una singola nomina, quanto per il metodo complessivo che essa conferma: un modello di governo che sembra più orientato a gestire l’adattamento della città alla crisi (per mera convenienza) piuttosto che a costruire una via d’uscita, più attento a preservare equilibri interni che ad aprire spazi di partecipazione reale, più incline a chiedere fiducia che a praticare trasparenza.

La crisi di rappresentanza che ne deriva, evidente nei livelli crescenti di astensione elettorale e nella disaffezione verso la politica locale, non nasce dall’indifferenza dei cittadini, ma dall’abitudine forzata a un sistema in cui le decisioni sembrano sempre già prese, e in cui la partecipazione appare sempre meno incisiva. È l’effetto diretto di un’acqua che si scalda lentamente, mentre alla città viene chiesto di adattarsi invece di reagire.

A questa crisi istituzionale si intreccia una crisi sociale altrettanto profonda, fatta di giovani che lasciano Reggio per mancanza di prospettive, di lavoro instabile o assente, di quartieri che sopravvivono grazie all’autorganizzazione dei cittadini più che a una presenza pubblica strutturata, in un contesto che richiederebbe scelte politiche coraggiose e discontinuità nette, non la semplice amministrazione dell’esistente.

Il nodo centrale, ormai, non è più se una singola nomina sia opportuna o meno, ma se la città debba continuare ad accettare questa lenta cottura, questa abitudine alla riduzione degli spazi di confronto, questo linguaggio politico che trasforma la crisi in uno sfondo permanente e chiede adattamento invece di partecipazione.

Eppure la nostra non è una città priva di anticorpi civici. Esistono energie, competenze, esperienze diffuse che continuano a interrogarsi sul futuro della città e che restano ai margini non per mancanza di volontà, ma perché raramente vengono riconosciute come interlocutori politici legittimi. È da qui che può partire una reazione, se la città decide di non restare immobile nell’acqua che si scalda.

Le prossime elezioni rappresentano, in questo senso, il momento decisivo per saltare fuori dalla pentola. Non saranno una semplice scadenza amministrativa, ma un passaggio etico e democratico in cui Reggio Calabria dovrà scegliere se continuare ad adattarsi a una crisi resa normale o se interrompere finalmente questo processo, trasformando la consapevolezza in scelta politica.

L’astensione, in questo quadro, non è dissenso, ma accettazione passiva della temperatura che sale. Al contrario, partecipare, informarsi, organizzarsi e votare significa abbassare il fuoco, rompere l’abitudine, costringere il potere a misurarsi con un consenso reale e non presunto. La crisi non è mai improvvisa, ed è proprio per questo che è pericolosa. La normalità che ci viene raccontata non è innocua. E Reggio oggi, ha il dovere politico e morale di smettere di adattarsi.

Alle prossime elezioni non si tratterà solo di scegliere chi governa, ma di decidere se continuare a cuocere lentamente o se reagire, finalmente, come comunità democratica.

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