Politica

Reggio al bivio- Quinta puntata Dalle Piazze di Falcomatà ai Salotti dei Moderati

Il Caso Merenda e la Crisi delle identità

di Francesco Nicolò - 02 aprile 2026 13:08

C’è un’immagine che, più di ogni discorso programmatico, fotografa lo stato di salute della politica reggina: un assessore che inaugura piazze al mattino con la fascia della giunta uscente e scopre un "colpo di fulmine" per lo schieramento opposto alla sera. Il passaggio di Demetrio Merenda dalla lista "La Svolta" (pro-Falcomatà) a Noi Moderati non è solo un cambio di casacca; è il sintomo di una patologia politica che ha trasformato il civismo da risorsa di partecipazione a "lavanderia" per il trasformismo.

Il passaggio di Demetrio Merenda a Noi Moderati è l’istantanea di una politica che trasforma il consenso personale in merce di scambio che permette di svestire i panni della giunta Falcomatà per indossare quelli del centrodestra senza passare per una reale conversione.

La vicenda è emblematica non per lo spessore del progetto politico che sottende, pressoché inesistente, ma per la sua natura puramente transazionale. Merenda non ha costruito nel tempo un’area di pensiero o una visione di città; ha semplicemente coltivato un pacchetto di consenso personale che oggi offre a chi ne ha bisogno. In questo mercato elettorale, i partiti sono diventati complici: la decisione dei coordinatori Pino Galati e Nino Foti di "blindare" la candidatura contro la frenata di Francesco Cannizzaro rivela che, per pesare al tavolo della futura coalizione, si è disposti a imbarcare chiunque. Anche chi ha firmato i decreti dell'amministrazione che si promette di abbattere.

In questo scenario, la Lega tenta una metamorfosi profonda, di una forza che non vuole essere più solo territoriale, ma di equilibrio nel sistema Paese. La Lega al Sud si propone oggi come la forza dell'Autonomia: una parola che per decenni ha evocato lo spettro dell'abbandono, ma che viene declinata come libertà di autodeterminazione.

La sfida è affrontare la paura del "distacco" per sostituirla con la consapevolezza che il Sud non ha più bisogno di un "accompagnatore" che, nel proteggerlo, ne limita i movimenti e le scelte. Autonomia significa per la Lega dare al Meridione la forza di camminare sulle proprie gambe, affrontando i rischi delle proprie decisioni. È l'invito a "vivere senza ventilatore": smettere di respirare aria artificiale (assistenzialismo, sussidi, dipendenza centralista) per iniziare finalmente a respirare a pieni polmoni. Il Sud, in questa visione, lo deve a se stesso per ritrovare dignità e forza motrice per l'intera nazione. Se al Sud la Lega non è ancora sdoganata è anche per la presenza di un vero leader territoriale capace di creare prospettive concrete e riferimento ideologico pragmatico e di una coalizione che agisce più come freno che che per condivisione di programmi.

Se simbolo di partito diventa un franchising, un marchio da usare per sopravvivere senza doverne sposare i valori. È qui che si inserisce il ruolo di Noi Moderati e delle liste dello 0% in cerca di maggior peso numerico. Perché la qualità degli uomini politici oggi si misura in chili di voti. Il raggruppamento che fa capo a figure come Lupi, Carfagna e Gelmini si propone come un "territorio pulito" da ideologie radicali. È l'area della decompressione, dove il "buonismo democratico" o un "socialismo di maniera" permettono adesioni trasversali e indolori e una prospettiva nazionale.

La vera forza di questo contenitore è l'apertura ai "non-leader": soggetti che naturalmente e culturalmente hanno toni bassi, non estremamente ideologizzati, che rifuggono il ruolo di frontman. Siamo ai livelli di Italia Viva, Azione o dell'UDC: partiti che non scalderanno le piazze con i megafoni, ma che possiedono una capillarità silenziosa fatta di contatti diretti e pacchetti di voti personali. Per un assessore uscente di sinistra, o di destra approdare qui è meno traumatico che finire tra le fila dei sovranisti; è una zona franca che garantisce la sopravvivenza senza richiedere una vera conversione.

Il problema di questa politica "a bassi toni " e priva di leader, è il cannibalismo interno. Le liste valgono per il contributo elettorale che portano, non per le idee. Ma se la crescita di un partito non è costruita sull'allargamento del pensiero politico, ma sulle migrazioni di voti individuali, il risultato sarà un Consiglio Comunale "Frankenstein".

Mentre i partiti si riposizionano, il vero elemento di disturbo per il "sistema" arriva dai poli civici, che si muovono su binari opposti ma ugualmente distanti dai vecchi cartelli di potere. Da una parte c'è Saverio Pazzano con La Strada. Il suo è un civismo collettivo, quasi "ostinato", che rifiuta le logiche della spartizione. Pazzano non porta voti personali da offrire al miglior offerente; porta un metodo di partecipazione che parte dal basso, dai beni comuni, dalla strada appunto. È la politica intesa come impegno assoluto e disinteressato, che preferisce la coerenza dell'opposizione e la corsa solitaria piuttosto che la contaminazione con i "migratori" del consenso.

Dall'altra parte emerge il polo promosso da Eduardo Lamberti Castronuovo. Qui il civismo si fa "cartello delle professionalità". Lamberti punta a quella borghesia reggina disillusa, offrendo competenza al posto della militanza e autorevolezza al posto della propaganda. È un civismo d'area, moderato ma fermo, che parla a chi non vuole più delegare la città ai "mestieranti della politica" ma non si riconosce nemmeno nelle barricate ideologiche.

Reggio Calabria rischia di trovarsi ancora davanti a un'aula composta da "piccoli re" di quartiere, proprietari dei propri voti e pronti a ricattare la giunta al primo disaccordo. Su questo l’intervento di Cannizzaro è chiaro, perentorio e ristabilisce il governo della coalizione. Il rischi tuttavia sono quelli già visti anche in amministrazione Falcomatà, che a tanta “mitezza" di facciata corrisponda l’abbandono della coalizione che rischia di tradursi in una paralisi amministrativa: una coalizione che vince grazie a una costellazione di soggetti senza un'anima comune, è una coalizione che nasce già ostaggio dei singoli.

E l’ affidabilità politica non si misura con i nastri tagliati a fine mandato, ma con la capacità di guardare negli occhi l'elettore senza dover spiegare perché la maglia indossata ieri è diventata lo straccio per pulire il pavimento di oggi.