“Narcisismo politico e cittadini sacrificabili”
La politica ai cittadini (e molto di più ai giovani) chiede presenza, radicamento, lealtà affettiva, ma fatica a offrire continuità, sicurezza, condizioni minime per immaginare una vita adulta
di Elisabetta Marcianò - 17 gennaio 2026 15:26
Le opere d’arte contemporanea spesso mi fanno riflettere anche al di là del mio lavoro di curatore. Mentre scrivevo questo pezzo, infatti, mi è tornata in mente l’opera che vedete in foto, un pollo spennato e appeso per le zampe. A primo impatto si riferisce ad una denuncia ambientale, animalista. Io ho fatto un altro tipo di associazione forse un po’ azzardata, ma ho associato cittadini, amministratori e narcisismo. Secondo me la politica e le scelte amministrative di Reggio Calabria nel rapporto con i reggini (e in particolare con i giovani), possono essere lette come una relazione segnata da tratti profondamente narcisistici. Non nel senso clinico del termine, naturalmente, ma come dinamica di potere: un rapporto in cui uno dei due poli ha bisogno continuo di conferme, consenso e fedeltà, senza riuscire (o senza voler) restituire nutrimento reale. È una relazione che seduce, che promette ma non costruisce.
Come accade nelle relazioni con una personalità narcisistico, infatti, il futuro viene usato come leva emotiva: non come progetto concreto, ma come orizzonte sempre spostato in avanti. La politica ai cittadini (e molto di più ai giovani) chiede presenza, radicamento, lealtà affettiva, ma fatica a offrire continuità, sicurezza, condizioni minime per immaginare una vita adulta.
La politica, infatti, lavora soprattutto sul racconto, ed è qui che il parallelo con il narcisismo diventa evidente. Il narcisista costruisce una narrazione affascinante di sé, fatta di grandi parole, di visioni, di momenti di entusiasmo per catturare l’attenzione. Allo stesso modo si parla di rilancio, di orgoglio, di riscatto identitario. Ma queste parole restano spesso scollegate dalla realtà. I progetti vengono annunciati, i cambiamenti promessi come imminenti, ma poi rinviati. L’importante non è tanto il risultato, quanto mantenere viva l’attenzione, alimentare la speranza.
Gli specialisti ci insegnano che in una relazione narcisistica dare poco, in modo intermittente, mantiene l’altro in uno stato di dipendenza emotiva. Anche qui, la discontinuità diventa sistema: brevi fiammate di speranza seguite da lunghi vuoti. I reggini così restano agganciati all’idea che “stavolta sarà diverso”, imparano ad aspettare, a rinviare scelte decisive, a vivere in una provvisorietà che si prolunga negli anni.
C’è poi la richiesta di fedeltà senza garanzie. Come ogni narcisista, la politica pretende amore incondizionato: restare, credere, difendere la città, non criticarla troppo, non abbandonarla. Chi parte viene spesso raccontato come egoista e impaziente, chi resta come moralmente più forte. La responsabilità viene spostata: se la relazione non funziona, è perché qualcuno non ha saputo credere abbastanza, non perché non si è stati capaci di offrire basi solide.
Anche l’abbandono, in questo schema, non è mai davvero una perdita. Il narcisista utilizza chi se ne va per rafforzare il proprio racconto: come vittima di uno Stato che non aiuta abbastanza e come prova che “qui restano solo i migliori”. Allo stesso modo, l’emigrazione giovanile diventa contemporaneamente una ferita e un alibi. Alleggerisce il territorio dal peso delle aspettative e consente al sistema di continuare senza trasformazioni profonde. Ci avete mai pensato?
Anche le reazioni dei giovani riflettono quelle tipiche di chi vive una relazione tossica. C’è chi se ne va di netto per salvarsi, ma porta con sé un legame irrisolto. C’è chi continua ad andare e tornare, incapace di chiudere davvero. C’è chi resta e si adatta, interiorizzando la mancanza come normalità, arrivando talvolta a difendere il sistema che lo priva di opportunità. E c’è chi prova a smascherare la dinamica, a nominarla, a costruire alternative politiche o culturali, spesso pagando il prezzo dell’isolamento, perché il narcisismo non tollera chi incrina l'immagine, chi 'disturba'.
La violenza più profonda di questa relazione non è solo la povertà materiale, ma la confusione identitaria che produce. Molti giovani non sanno più se restare sia un atto d’amore o di autosabotaggio, se partire sia libertà o tradimento. La mancanza viene normalizzata, giustificata, persino romanticizzata, come accade nelle relazioni affettive più distruttive.
Leggere la politica di Reggio Calabria attraverso la lente del narcisismo significa, secondo me, spostare lo sguardo dal destino alla responsabilità. “Riggiu non vindiu mai ranu” non è una condanna inevitabile, ma il risultato di una relazione mai resa adulta. Finché la politica continuerà a chiedere amore senza cura, appartenenza senza nutrimento, fedeltà senza futuro, i giovani resteranno intrappolati in una scelta che logora: restare in una relazione che non dà, partire portandosi dietro il peso di un legame che non è mai stato davvero riconosciuto… oppure come ho già evidenziato in un articolo precedente si adegueranno ad un sistema, protagonisti di una movida che li vuole falsamente ricchi, felici e fighi.