Politica

Il ponte che non porta da nessuna parte

Il ritardo dell’opera accende polemiche e proteste, ma resta la domanda di fondo: un’infrastruttura marginale mentre asili, scuole e servizi essenziali attendono ancora risposte

di Francesco Nicolò - 09 febbraio 2026 18:30

A Reggio Calabria c’è un’opera che da mesi vive più sui titoli dei giornali che nella realtà dei cantieri. È il ponte che dovrebbe collegare il Lungomare Falcomatà al (nascente)parco lineare sud: un’infrastruttura annunciata, promessa, celebrata nei rendering. E poi, come troppo spesso accade, rimasta sospesa. Non solo fisicamente, ma politicamente.

Il ritardo nella consegna, i presunti errori tecnici hanno generato l’ennesimo eco mediatico: comunicati, accuse, rimpalli di responsabilità, proteste dei comitati civici, post indignati sui social. Un frastuono continuo che dà l’illusione di una grande opera strategica bloccata, come se la città stesse aspettando un’infrastruttura decisiva per il proprio futuro.

Ma la domanda, scomoda, resta: decisiva per cosa?

Perché, al netto della retorica, quel ponte non cambia la viabilità. Non alleggerisce il traffico. Non collega nodi nevralgici. Si tratta di una viabilità secondaria, quasi ornamentale. Un passaggio pedonale che unisce due porzioni già marginali della costa urbana.

Non genera sviluppo economico: da un lato insistono abitazioni civili e la barriera dell’area ferroviaria; dall’altro manufatti sul demanio senza una reale vocazione turistica o commerciale. Non c’è un tessuto produttivo da servire, non c’è un distretto da attivare, non c’è un flusso da intercettare.

E allora il ponte diventa soprattutto simbolo. Ma di cosa?

Forse di una politica che preferisce le opere “fotogeniche” a quelle necessarie. Perché un ponte si inaugura con la fascia tricolore, si taglia il nastro e  si fa tanta passerella. Un asilo no. Una palestra scolastica no. Una scuola messa in sicurezza non fanno titoloni. Sono opere comuni ma un Ponte..ebbé c'è ne per tutti. Se funziona diventa un inno all'audacia, se s'inceppa diventa il simbolo dell'incapacità. In ogni caso a parti invertite c'è tanta gloria.

Nel frattempo, mentre si litiga sulla ripresa si inscenano risse istituzionali, sul cronoprogramma su come verranno realizzate le  rampe, sul senso unico.  Restano ferme opere infinitamente più urgenti e immediatamente fruibili:

• asili che mancano nei quartieri popolari,

• scuole che attendono manutenzione,

• palestre mai completate,

• servizi di prossimità che inciderebbero davvero sulla qualità della vita quotidiana,

Interventi piccoli, forse. Ma concreti. Utili dal giorno uno.

Il parco lineare, raccontato come rivoluzione urbanistica, rischia così di apparire più un’invenzione lessicale che un progetto economico. Un’idea buona per chi già vive lì, per chi ha la casa affacciata sul verde, meno per una città che cerca lavoro, servizi, mobilità, funzioni. 

In altre parole: un beneficio residenziale, non collettivo. Eppure il dibattito pubblico resta inchiodato al ponte, come se fosse l’asse portante del futuro di Reggio. È la distrazione perfetta: si discute di un’opera marginale mentre le priorità vere scivolano sullo sfondo.

Il rischio è che, quando finalmente verrà inaugurato, ci si accorga che il problema non era il ritardo.

Era l’utilità.

Perché un ponte dovrebbe unire due sponde, creare utilità collettive e collaterali .

Questo, invece, sembra unire soltanto  polemiche e ravvivare il piattume dell'iniziativa politica. 

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