L’essere madri e il vuoto: il baratro che la società non vuole vedere
la depressione post partum è una condizione clinica curabile, non una colpa morale né un difetto di amore
di Vincenzo Maria Romeo - Pisichiatra Psicoterapeuta- - 23 aprile 2026 13:36
Tra il 22 e il 23 aprile 2026, a Catanzaro, una donna di 46 anni si è gettata dal balcone di casa insieme ai suoi tre figli: sono morti lei, un bambino di 4 anni e un neonato di 4 mesi; la figlia maggiore, di 6 anni, è sopravvissuta ed è stata ricoverata in condizioni gravissime ma stabilizzate. La Procura, secondo le ricostruzioni riferite da ANSA, ha collegato il gesto a un disagio psichico già presente e aggravato, negli ultimi mesi, da una depressione post partum.
Bisogna avere il coraggio di dirlo subito: questa non è soltanto una notizia di cronaca nera. È una radiografia feroce del nostro tempo. Perché la cosa più disturbante, quasi offensiva nella sua apparente banalità, è che non stiamo parlando di un inferno riconoscibile, della caricatura rassicurante del “degrado”, di una periferia che consente alle coscienze ben pettinate di dire: ecco, succede lì. No. Il sindaco di Catanzaro ha parlato di una zona tranquilla, di un quartiere “normale”, di una comunità partecipe, e proprio per questo la tragedia spiazza: perché smonta la favola tossica secondo cui il dolore più grave si annuncerebbe sempre con insegne luminose. A volte il baratro abita case in ordine, famiglie che lavorano, vite che da fuori sembrano perfino invidiabili.
La psicoanalisi, quando non si limita a fare arredamento lessicale, ci insegna una verità scomoda: il soggetto non coincide mai con il personaggio sociale che interpreta. Tra il volto mostrato e il mondo interno si apre spesso una distanza abissale. E la maternità, che la retorica pubblica dipinge come compimento, pienezza, luce, può invece diventare — in alcune condizioni psichiche e relazionali — il luogo di una frattura devastante tra ideale e esperienza. Non sto dicendo, con quella rozza scorciatoia da talk show, che “essere madre fa impazzire”. Sto dicendo qualcosa di più difficile da sopportare: che una cultura che impone alla madre di essere immediatamente felice, capace, grata, devota e sorridente produce anche vergogna, clandestinità emotiva, colpa muta. E la colpa muta, quando non incontra parola, cura e contenimento, può diventare una stanza senza finestre.
Viviamo in una società che ha moltiplicato i canali dell’esposizione e ridotto quelli della confessione autentica. Tutto si mostra, pochissimo si consegna davvero. È la civiltà della vetrina: la maternità fotografata, celebrata, performata; il parto trasformato in narrazione edificante; la fatica riscritta come competenza; la disperazione ridotta a “normale stanchezza”. Il punto non è soltanto che soffriamo. Il punto è che soffriamo in un’epoca che ci chiede di sembrare funzionali anche mentre andiamo in pezzi. E una madre, in questo teatro morale, teme spesso non solo il giudizio, ma la squalifica identitaria: se dico che non ce la faccio, sarò ancora considerata una buona madre?
Le evidenze sul punto sono meno poetiche e più spietate di qualsiasi editoriale. L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che nel periodo perinatale circa una donna su cinque sviluppa problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia; molti casi non vengono diagnosticati né trattati. L’ISS sottolinea inoltre che la depressione post partum non va confusa con il maternity blues, che è frequente, transitorio e di solito si risolve entro due settimane: la DPP è più grave, più persistente, più invalidante, e spesso resta sommersa anche per effetto dello stigma.
Ed ecco il punto che dovrebbe inquietarci più di ogni altro: la depressione post partum è una condizione clinica curabile, non una colpa morale né un difetto di amore. Eppure, nonostante i contatti ravvicinati che gravidanza e puerperio comportano con il sistema sanitario, l’ISS segnala che in circa metà delle donne che ne soffrono il disturbo non viene riconosciuto oppure non riceve una risposta terapeutica adeguata. L’OMS, in parallelo, stima che dopo il parto circa il 13% delle donne sperimenti un disturbo mentale, prevalentemente depressivo. Tradotto dal burocratese sanitario: non parliamo di un accidente rarissimo, ma di un’area di sofferenza frequente, spesso invisibile, e troppo spesso lasciata alla sola resistenza privata.
La questione, allora, non è soltanto clinica. È strutturalmente politica. In Italia è previsto un consultorio familiare ogni 20.000 abitanti, ma il Ministero della Salute segnala che nel 2022 i consultori pubblici attivi erano pari a 0,6 ogni 20.000 abitanti. L’indagine ISS sui consultori mostra inoltre forti diseguaglianze regionali e di organico: solo poche Regioni raggiungono gli standard attesi per ostetriche, ginecologi e psicologi, mentre per gli assistenti sociali nessuna raggiunge lo standard. In altre parole: chiediamo alle famiglie di non crollare, ma troppo spesso consegniamo loro una rete sfilacciata, disomogenea, intermittente.
E infatti il problema non è “l’assenza totale” di servizi, formula comoda ma imprecisa; il problema è una presenza troppo fragile per diventare fiducia, troppo variabile per diventare diritto, troppo poco integrata per trasformarsi in intercettazione precoce. Un atto parlamentare che richiama dati e criticità del settore afferma esplicitamente che in Italia i servizi specialistici dedicati alla salute mentale perinatale non sono disponibili su larga scala e che la continuità tra cure primarie, percorso nascita e salute mentale resta critica. Lo stesso network ISS sulla salute mentale perinatale ha coinvolto 19 unità operative in 7 regioni: un lavoro prezioso, ma che proprio nella sua limitatezza geografica mostra quanto il sistema sia ancora lontano da una copertura omogenea. Solo di recente il PANSM 2025-2030 ha indicato la prevenzione della depressione perinatale come priorità, con fondi dedicati a partire dal 2026. Bene. Era ora. Ma i tempi della programmazione, purtroppo, arrivano spesso dopo i tempi della vita che crolla.
Cio’ che colpisce in questa storia però è anche il tema del contenimento mancato. Una madre, specie dopo un parto recente, non ha bisogno solo di istruzioni pediatriche o di complimenti di circostanza. Ha bisogno di un contenitore umano e istituzionale: qualcuno che legga l’angoscia dietro l’irritabilità, la dissociazione dietro il silenzio, la vergogna dietro la frase “va tutto bene”. Perché “va tutto bene” è una delle formule più pericolose della contemporaneità: non sempre mente agli altri; spesso mente per permettere a sé stessi di sopravvivere ancora un giorno senza essere travolti dal panico di essere inadeguati.
E qui si apre una lettura che forse spiazza davvero. Non è vero soltanto che mancano i servizi. Manca, prima ancora, una cultura autorizzante del bisogno. Manca il permesso simbolico di crollare senza essere espulsi dal consesso dei rispettabili. Manca una pedagogia pubblica della fragilità. Nelle nostre città si inaugura tutto: piazze, eventi, facciate, slogan sulla famiglia. Ma si investe molto meno nel creare luoghi dove una donna possa dire: “Ho paura di me, non mi riconosco, aiutatemi”, senza sentire di aver firmato la propria damnatio morale. La società della vetrina è abilissima a celebrare la maternità; molto meno a tollerarne il lato oscuro, l’ambivalenza, l’insonnia, la rabbia, il vuoto, la frantumazione del Sé.
Attenzione però a non compiere l’ennesima violenza postuma: usare la depressione post partum come etichetta totale, come spiegazione esaustiva, come timbro retroattivo che trasforma una persona in un caso. Nessuna diagnosi contiene da sola l’intero enigma di un gesto così atroce. Ma ignorare il nesso tra sofferenza mentale, stigma e desertificazione delle reti territoriali sarebbe un’altra forma di cecità. Clinicamente pigra. Moralmente comoda. Socialmente colpevole.
Questa storia ci lacera perché obbliga tutti a una domanda che preferiremmo evitare: quante donne, quante madri, quanti padri, quante famiglie stanno oggi reggendo il peso dell’esistenza in un silenzio quasi perfetto, applaudite da fuori e implose da dentro? Catanzaro, in questo senso, non è solo Catanzaro. È il nome che oggi diamo a una verità nazionale: il dolore contemporaneo non sempre urla; spesso si trucca, esce di casa, accompagna i figli, risponde “bene grazie” e poi sprofonda.
E allora il punto non è semplicemente commuoversi. La commozione, da sola, è una forma elegante d’impotenza. Il punto è decidere se vogliamo continuare a vivere in un Paese che si accorge della salute mentale materna soltanto dopo la catastrofe, oppure in un Paese che impara finalmente a cercarla prima: nei consultori, nei reparti nascita, nei pediatri, nei medici di base, nelle visite domiciliari, nelle reti di prossimità, nelle parole che legittimano il bisogno invece di umiliarlo. Perché il vero scandalo non è solo che una sofferenza possa esistere. Il vero scandalo è che debba diventare irreparabile prima di essere presa sul serio.