Politica

Suppletive, quattro candidati e un tavolo da poker

Ma chi corre davvero per vincere?

di Francesco Nicolò - 26 agosto 2026 12:41

Le suppletive di Reggio Calabria arrivano in un momento particolare: un seggio lasciato libero a fine legislatura, una competizione concentrata in pochi mesi e quattro candidati che sembrano giocare, oltre alla partita elettorale, anche una partita politica personale e di schieramento.

Il confronto è ufficialmente per un posto alla Camera. Ma osservando le candidature, viene spontaneo chiedersi se il vero premio non sia, almeno per alcuni, il posizionamento nella politica che verrà.

Il tavolo è quello di un poker. E, a guardare le carte, non sembra esserci una mano particolarmente ricca.

Giannetta: la «naturale evoluzione» che deve ancora essere spiegata

Domenico Giannetta arriva alla competizione dopo essere stato per anni un esponente di primo piano di Forza Italia e capogruppo del partito in Consiglio regionale. È un politico strutturato, conosciuto e capace di raccogliere consenso: nelle ultime tornate regionali ha superato quota diecimila preferenze. Oggi corre con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.

Giannetta definisce il proprio passaggio una «naturale evoluzione».

È proprio questa definizione a lasciare qualche interrogativo. Se si tratta di un’evoluzione naturale, quale trasformazione politica l’ha prodotta? Quale convinzione, quale programma, quale battaglia ha reso inevitabile il passaggio da Forza Italia all’area di Vannacci?

La semplice collocazione a destra non sembra sufficiente. Si può appartenere alla stessa area culturale e avere visioni differenti su programma, strategia e rapporto con il resto del centrodestra.

La domanda, dunque, non è se Giannetta abbia il diritto di cambiare collocazione: naturalmente lo ha. La domanda è che cosa rappresenti davvero questo cambiamento.

Se è maturata una diversa visione politica, sarebbe interessante conoscerla. Se invece siamo davanti alla ricerca di un nuovo spazio, di una maggiore centralità o di una diversa prospettiva personale, sarebbe più corretto parlare di riposizionamento.

Il passaggio ha comunque già prodotto un effetto politico evidente: ha aperto una frattura nel centrodestra e trasformato la suppletiva in una sfida interna alla stessa area. 

Giannetta, quindi, non corre soltanto contro gli altri candidati. Corre anche per capire quanto del consenso costruito nella vecchia casa possa seguirlo nella nuova.

Roscioli: il candidato che porta Roma a Reggio

Dall’altra parte Forza Italia ha scelto Fabio Roscioli, tesoriere nazionale del partito, professionista vicino ai vertici berlusconiani.

La candidatura è stata rivendicata direttamente da Francesco Cannizzaro, che ha spiegato di aver voluto una persona con esperienza nella Capitale, conoscenza delle istituzioni parlamentari e rapporti diretti con ministri, Governo e struttura nazionale. Cannizzaro ha definito Roscioli, significativamente, un «candidato a tempo», destinato a non essere il candidato del collegio alle prossime elezioni. 

Questa dichiarazione dice forse più di qualsiasi interpretazione.

Roscioli sembra essere una candidatura costruita non tanto sulla rappresentanza territoriale quanto sulla capacità di collegamento con il centro del potere politico nazionale.

È una scelta perfettamente legittima e persino comprensibile: se il tempo è poco, avere rapporti diretti con Governo e Parlamento può essere un vantaggio.

Ma c’è un’altra lettura possibile.

La candidatura appare come una mossa di equilibrio: consolidare il rapporto con i vertici nazionali, mantenere gli assetti interni del partito e gestire una legislatura ormai prossima alla conclusione.

Non necessariamente il candidato con cui costruire il prossimo ciclo politico, dunque, ma il candidato funzionale a chiudere quello attuale. E la definizione di «candidato a tempo» sembra quasi confermarlo.

Frank Benedetto: il territorio come programma

Il centrosinistra, invece, ha scelto Frank Benedetto, cardiologo e direttore della Cardiologia-Utic del Grande Ospedale Metropolitano. La candidatura è sostenuta da un fronte molto ampio, dal PD al Movimento 5 Stelle, Avs e numerose altre forze progressiste.

Il suo profilo viene presentato come quello di una figura della società civile, profondamente legata al territorio.

Benedetto insiste sulla sua regginità, sulla conoscenza delle comunità, sulla sanità e sulla necessità che la politica guardi ai più fragili. E proprio qui emerge il dubbio più interessante. 

È questo un programma parlamentare?

Conoscere Africo, Santa Venere e le comunità dell’area metropolitana è certamente un valore. Conoscere le fragilità del territorio è indispensabile. Ma un parlamentare non è un amministratore locale.

La domanda successiva dovrebbe essere: che cosa vuole portare a Roma?

Quale proposta sulla sanità? Quale intervento per le aree interne? Quale politica contro lo spopolamento? Quali infrastrutture? Quali risorse? Quali modifiche legislative? Quali obiettivi concreti da raggiungere nei pochi mesi che restano prima della fine della legislatura?

Dire che «la politica deve guardare ai più fragili» è un principio condivisibile. Ma proprio perché è condivisibile da tutti, non obbliga a scegliere. Non è ancora una politica. È un principio.

Dire «conosco il territorio» costruisce vicinanza. Ma conoscere un problema non significa necessariamente sapere come risolverlo.

E qui il candidato progressista dovrebbe essere giudicato con una misura molto semplice: quali tre risultati concreti pensa di poter consegnare a Reggio prima che questa legislatura finisca?

La sua stessa polemica contro Roscioli rende la questione ancora più stringente. Benedetto sostiene che il parlamentare debba rappresentare i cittadini di Reggio e non essere il «terminale romano» del sindaco o del partito. Ed è una posizione legittima.

Ma allora l’asticella si alza: se il seggio appartiene al territorio e non agli apparati, bisogna spiegare quale idea di territorio si vuole portare dentro il Parlamento.

Altrimenti il rischio è quello di una candidatura costruita più sulla retorica del territorio, della vicinanza e dei buoni sentimenti che su un’agenda parlamentare concreta.

Toscano: la carta della presenza

Poi c’è Francesco Toscano, candidato di Democrazia Sovrana Popolare, già candidato alla presidenza della Regione alle ultime regionali. La sua è una corsa solitaria, coerente con il percorso di un movimento che vuole affermare la propria presenza sulla scena politica calabrese.

È probabilmente il candidato con le minori possibilità di trasformare la propria presenza in conquista del seggio.

Ma sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice candidatura simbolica.

Per un partito che vuole costruire uno spazio autonomo, esserci è già parte della strategia.

Toscano non sembra avere la necessità di adattarsi agli equilibri degli altri tre. Corre per mantenere una posizione, misurare il proprio consenso e dimostrare che esiste uno spazio politico al di fuori delle due grandi coalizioni.

La sua partita potrebbe quindi non essere quella del 27 e 28 settembre, ma quella del giorno dopo.

E poi c’è il quinto giocatore

Ma il poker non finisce con i quattro candidati.

C’è un quinto giocatore: quello che presta le fiches.

È l’elettore che, per fede, per convinzione, per ignoranza o perché convinto da una narrazione politica, continua a investire su un giocatore.

Una volta consegnate le fiches, però, nasce un meccanismo perverso: diventa difficile ammettere di averle affidate alla persona sbagliata.

E così il sostenitore finisce per difendere il candidato non necessariamente perché abbia una buona mano, ma perché ha già investito su quella mano. È il principio del «ormai siamo qui».

Si difende la scelta per non dover ammettere di aver sbagliato. Si giustifica il giocatore per non perdere due volte.

E qualche volta c’è anche un’altra ragione: la paura di rimanere senza squadra.

La politica trasformata in tifo ha bisogno di una maglia. Cambiarla significa ammettere che forse si è tifato più per un’identità che per un progetto.

Quattro candidature, quattro partite

Alla fine il quadro appare abbastanza chiaro.

Giannetta sembra giocare la partita del riposizionamento e della sopravvivenza politica dentro una nuova area.

Roscioli quella della rappresentanza istituzionale e del rapporto diretto con Roma, in un mandato dichiaratamente «a tempo».

Benedetto quella della conquista del campo largo attraverso il territorio, la sanità e una narrazione di vicinanza sociale che deve ancora trasformarsi, però, in un programma parlamentare verificabile.

Toscano quella della costruzione di uno spazio politico autonomo.

E sopra tutti loro c’è l’elettore, il quinto giocatore, quello che mette le fiches.

Ed è forse a lui che bisognerebbe rivolgere la domanda più importante.

Non: «Chi ti piace di più?»

Non: «Chi è più reggino?»

Non: «Chi appartiene alla tua parte politica?»

Ma:

«Quale di questi quattro candidati ha davvero una mano abbastanza forte da meritare le tue fiches?»

Perché questa non è una normale elezione politica.

È una suppletiva di fine legislatura. Il tempo è poco, il seggio è uno e le possibilità di incidere sono limitate.

Proprio per questo servirebbe meno retorica e più programma.

Meno «io conosco il territorio» e più «questo è ciò che farò per il territorio».

Meno appartenenza e più risultati.

Perché alla fine una cosa è certa: le fiches degli elettori sono reali. Le promesse, invece, devono ancora dimostrare quanto valgono.