ll cibo e l’arte: un filo che unisce memoria, identità e futuro
Intervista a Loredana Paolesse
di Redazione - 24 gennaio 2026 14:15
C’è un filo invisibile che lega l’arte alla cucina, la memoria al futuro, le mani di chi crea al cuore di chi osserva e assaggia. È lungo questo filo che nasce il Premio Arte e Gusto 1920–2025, un progetto che non si limita a celebrare l’eccellenza, ma la custodisce, la racconta e la restituisce alle persone come esperienza viva.
Alla guida dell’Associazione Il Cibo e l’Arte c’è Loredana Paolesse, presidente e anima del progetto, il cui impegno ha trasformato un’intuizione culturale in una visione condivisa. La sua idea di cultura è concreta e inclusiva: un luogo d’incontro dove tradizione e contemporaneità dialogano senza barriere, e dove l’arte e il cibo tornano a essere strumenti di relazione, identità e crescita collettiva.
In questa intervista, il racconto va oltre il premio stesso e diventa una riflessione più ampia sull’identità italiana: sulle radici che non devono morire, sui talenti che partono e che meritano di tornare, sul valore della cultura come bisogno quotidiano e non come lusso riservato a pochi. Arte e cibo emergono come due linguaggi universali, capaci di costruire comunità e di parlare al mondo senza perdere l’accento dei territori.
Tra passaggi di testimone, nuove collaborazioni e uno sguardo attento al Sud e alle sue potenzialità, questa conversazione restituisce la visione di un progetto in fermento, che cresce senza rinunciare alla propria anima. Un invito a fermarsi, a osservare, a gustare — e a riscoprire l’orgoglio di appartenere a un Paese straordinariamente ricco di bellezza.
La missione del Premio Arte e Gusto 1920–2025 sembra fortemente legata al concetto di memoria. Da dove nasce questa visione?
«La nostra missione è semplice: non far morire le radici. Vogliamo che la bellezza dell’arte e la qualità del nostro cibo non siano solo “prodotti”, ma esperienze da vivere. Nel premio 1920–2025 questo si vede nel passaggio di testimone: onoriamo un secolo di storia guardando però al futuro, premiando chi oggi sa ancora metterci il cuore e le mani».
Perché è così importante tenere insieme arte e cibo in un unico racconto culturale?
«Perché sono due facce della stessa medaglia: la creatività italiana. Spesso li trattiamo come compartimenti stagni, ma in realtà si nutrono a vicenda. Noi cerchiamo di raccontarli senza troppi giri di parole, portandoli in mezzo alle persone, rendendoli accessibili e non qualcosa di “chiuso” in un museo o in una cucina stellata».
Nel progetto entra anche la figura della critica d'arte contemporanea Elisabetta Marcianò. Che valore aggiunto rappresenta per l’Associazione?
«Elisabetta porta con sé una sensibilità rara e una competenza profonda. La sua presenza non è solo un prestigio tecnico, ma un ponte umano. È una persona che sa leggere l’arte con gli occhi di chi ama il proprio territorio, e questo per noi è un valore aggiunto inestimabile».
Guardando al futuro, che ruolo avrà il Sud e in particolare la Calabria nel percorso del Premio?
«Siamo in una fase di grande fermento. La Calabria è una terra che ha ancora tantissimo da dire e con Elisabetta stiamo immaginando percorsi che uniscano ancora di più il Sud al resto d’Italia, magari portando il nostro format proprio lì. È un dialogo appena iniziato, ma molto promettente».
Tra i premiati c’è White King, artista con un forte respiro internazionale. Cosa vi ha colpito del suo percorso?
«La sua capacità di mantenere un’anima italiana pur avendo respirato aria internazionale. Il suo ritorno non è solo fisico, ma simbolico: la scelta di riportare a casa un bagaglio enorme di esperienze. Ha un linguaggio visivo diretto, senza filtri, ed è esattamente quello che cerchiamo».
Il premio a White King può essere letto anche come un messaggio ai talenti italiani all’estero?
«Assolutamente sì. Vogliamo dire a chi è fuori: “L’Italia ha bisogno di voi e sa riconoscere il vostro valore”. Se decidono di tornare, devono trovare un terreno fertile e un applauso sincero. Questo premio è un po’ un bentornato a casa a nome di tutti».
Che messaggio sociale vuole lanciare Il Cibo e l’Arte?
«Che la cultura non è un lusso, ma un bisogno. In un mondo che corre e consuma tutto con distrazione, noi invitiamo a fermarsi: a gustare un piatto, ad ammirare un’opera. Vogliamo ricostruire quel senso di comunità che nasce attorno a una tavola o davanti a un quadro».
Come si mantiene l’equilibrio tra tradizione e contemporaneità?
«È la nostra bussola. Senza tradizione saremmo senza identità, senza contemporaneità saremmo fermi. Amiamo le realtà locali perché sono vere, ma vogliamo che parlino al mondo. Arte e cibo sono linguaggi universali: non hanno bisogno di traduzione».
Qual è oggi la sfida più grande per il Premio?
«Restare indipendenti e fedeli alla nostra visione mentre cresciamo. Non vogliamo diventare un evento di massa senz’anima. L’obiettivo è essere un punto di riferimento nazionale dove l’eccellenza non sia una parola vuota, ma qualcosa che si tocca con mano».
Cosa spera che il pubblico porti con sé dopo aver partecipato al Premio?
«Un po’ più di orgoglio. Vorrei che le persone tornassero a casa pensando: “Che fortuna vivere in un Paese così”. Se qualcuno esce con la voglia di scoprire un giovane artista o di cercare un prodotto locale di qualità, allora abbiamo davvero vinto».