Chi controlla chi indaga? Il referendum che prova a chiudere le porte ai faccendieri della giustizia
Non è uno scontro tra destra e sinistra: è il tentativo di togliere ai partiti e alle correnti il controllo di un potere che può decidere il destino delle persone
di Francesco Nicolò - 13 marzo 2026 07:45
Il referendum sulla giustizia arriva dopo un cammino lungo più di quarant’anni. Non nasce da un improvviso scatto politico né da una stagione di scontro tra maggioranza e opposizione. È l’ultimo passaggio di una trasformazione iniziata con il nuovo Codice di procedura penale del 1988, quando l’Italia abbandona il modello inquisitorio e sceglie il processo accusatorio. Da allora il sistema cambia molte volte: riforme, correttivi, interventi sulla prescrizione, sulle misure cautelari, sui riti alternativi. Il processo penale evolve continuamente, ma resta immutato un elemento di fondo previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana: giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera e allo stesso sistema di autogoverno.
Il referendum interviene qui. Non mina l’unità della giurisdizione, non riduce il diritto dei cittadini alla giustizia, non indebolisce l’autonomia della magistratura. L’indipendenza dei giudici resta intatta. La riforma entra invece nel metodo con cui operano le persone, non nell’architettura delle istituzioni. Introduce strumenti che cercano di limitare il peso delle influenze esterne politiche, corporative o criminali, che nel tempo hanno provato a insinuarsi nei meccanismi interni della magistratura.
Il punto centrale è la separazione delle carriere e il ricorso al sorteggio nella formazione degli organi di autogoverno dei pubblici ministeri. Il sorteggio non risolve ogni problema, non elimina il rischio di pressioni o interferenze. Ma crea una barriera. Riduce la possibilità che gruppi organizzati controllino dall’interno l’azione penale o orientino le decisioni sulle nomine e sulle carriere. L’azione penale, in uno Stato di diritto, deve essere esercitata quando la legge lo impone e non deve essere frenata o indirizzata da interessi esterni alla magistratura.
La separazione non è una cura miracolosa. Non cancella automaticamente le influenze politiche o le dinamiche di potere. Ma può limitarne la capacità di controllo totale sul sistema. Introduce un margine di imprevedibilità che rende più difficile costruire reti di influenza stabili.
La riforma prevede anche l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare separata dal Consiglio Superiore della Magistratura (il vero cambiamento). Oggi i magistrati sono giudicati disciplinarmente all’interno dello stesso organismo che governa le loro carriere. Con la nuova Corte il giudizio disciplinare viene affidato a un organo distinto. Non è una sfiducia verso la magistratura. È un ulteriore livello di garanzia. Chi indaga o giudica sa che eventuali violazioni non saranno valutate in un circuito percepito come familiare o autoreferenziale.
Il referendum, in questo senso, non è un voto contro qualcuno. È un voto a favore di una magistratura che non si piega alle influenze esterne. È un atto di fiducia verso quei magistrati che applicano la legge senza cercare protezioni, senza allinearsi a interessi politici o corporativi, senza trasformare l’azione giudiziaria in un esercizio di potere.
Il testo delle modifiche non stravolge la costituzione come si vuole tentare di far passare per insinuare paure di controllo politico della giustizia, quasi a rispolverare il timore di un passato sempre presente. Modifiche ben più significative sono state introdotte con altre leggi costituzionali e non che hanno introdotto il federalismo e le regioni. Gli incarichi a sorteggio e a rotazione non dipenderanno dalla durata della legislatura o dalla maggioranza di governo e non potranno pertanto essere condizionati o modificati.
Non si tratta di votare la destra o la sinistra, Giorgia Meloni o Elly Schlein, Antonio Tajani o Giuseppe Conte. Il referendum non riguarda lo scontro tra partiti. Riguarda il funzionamento di uno dei poteri più delicati dello Stato e libererà dopo anni di dubbi e teorie complottiste l’azione penale e la magistratura dalla volontà dei partiti o della criminalità.
Un potere che può incidere profondamente sulla vita delle persone. Un’indagine, un’imputazione, una sentenza possono cambiare per sempre il destino di un cittadino. Per questo il sistema deve essere protetto da infiltrazioni, pressioni e mediazioni opache. Deve essere impermeabile ai faccendieri, ai mediatori, a chi prova a entrare nei meccanismi decisionali di un organo che non può permettersi zone grigie.
Il referendum prova a togliere dalle mani di pochi il controllo di un potere enorme. Non per indebolire la magistratura, ma per restituirle la sua funzione più autentica: applicare la legge e cercare la verità. Perché la giustizia non serve a costruire colpevoli. Serve a stabilire i fatti, a individuare le responsabilità quando esistono e a garantire che nessuno venga trasformato in un innocente sacrificabile o in un capro espiatorio.