Attualità

Ponte sul Calopinace: la politica disoccupata e la tavola apparecchiata

Quando l’opera pubblica diventa un banchetto di rivendicazioni politiche, mentre ai cittadini resta il conto da pagare

di Salvatore Chirico - 11 ottobre 2026 16:21

Mi accorgo, con una certa curiosità, come una parte della politica reggina, oggi rimasta disoccupata, stia lentamente trovando una nuova collocazione nel mondo dell’intrattenimento. Del resto, reinventarsi è importante. E quando vengono meno le responsabilità di governo, resta sempre la possibilità di dedicarsi alla narrazione delle proprie imprese. Possibilmente scegliendo soltanto quelle che si prestano a un lieto fine. 

Da qualche giorno abbiamo persino una nuova rubrica: #Atàvulacunzata. Un titolo che, bisogna ammetterlo, si presta magnificamente a descrivere una certa abitudine della politica locale: quella di apparecchiare la tavola dei meriti, distribuire le portate secondo appartenenza politica e lasciare accuratamente fuori dalla porta ritardi, responsabilità e qualche scomoda domanda.

Il caso del ponte sul Calopinace è, sotto questo profilo, particolarmente interessante. Parliamo di un'infrastruttura i cui lavori erano stati consegnati nel 2020 e che soltanto il 9 ottobre scorso è stata finalmente inaugurata, restituendo alla città un collegamento atteso da anni. Un'opera che, dopo una lunga e travagliata vicenda amministrativa, ha visto completare gli interventi conclusivi nell'arco di circa due mesi, sotto la nuova amministrazione comunale.

Ci si aspetterebbe che una notizia del genere fosse accolta con soddisfazione, magari accompagnata da qualche riflessione sulle ragioni di un'attesa così lunga.

E invece no.

La politica, si sa, possiede un talento straordinario: riesce a trasformare persino un ponte in una questione di proprietà intellettuale. Ed ecco che, appena tagliato il nastro, comincia la corsa alla rivendicazione dei meriti. Qualcuno arriva persino a sostenere che il 99% dell'opera fosse già stato realizzato in precedenza.

Una percentuale affascinante, quasi commovente nella sua precisione. Peccato che ai cittadini, per anni, sia mancato proprio quell'ultimo, modestissimo 1% che avrebbe consentito loro di utilizzare il ponte.

E qui la vicenda assume i contorni di una commedia tutta reggina: si rivendica il merito di aver preparato quasi tutta la cena, dimenticando che i commensali sono rimasti per anni seduti a tavola senza poter mangiare.

La cosa più curiosa è che, quando finalmente arriva qualcuno a servire il pranzo, chi aveva lasciato gli ospiti ad aspettare si presenta per reclamare i complimenti allo chef.

Naturalmente, nessuno intende negare il lavoro svolto nelle fasi precedenti. Un'opera pubblica attraversa progettazione, finanziamento, affidamento ed esecuzione, coinvolgendo amministrazioni, tecnici, imprese e professionalità diverse. È perfettamente legittimo ricostruire questi passaggi e riconoscere il contributo di ciascuno.

Ma sarebbe altrettanto legittimo, e forse persino più interessante, spiegare perché un'infrastruttura abbia impiegato tanto tempo per diventare effettivamente utilizzabile.

Perché il punto è proprio questo: un'opera pubblica non si misura soltanto attraverso la percentuale dei lavori eseguiti, ma soprattutto attraverso la sua capacità di diventare un servizio per la collettività.

Un ponte completato al 99%, ma non utilizzabile, resta un ponte che non assolve alla funzione per la quale è stato progettato e finanziato. E il cittadino che non può attraversarlo difficilmente troverà consolazione in una percentuale, per quanto generosa.

C'è poi un altro aspetto che merita attenzione.

Le opere pubbliche non appartengono a chi le progetta, a chi le finanzia, a chi le avvia e nemmeno a chi taglia il nastro. Appartengono ai cittadini. E sarebbe opportuno che la politica, vecchia e nuova, non perdesse mai di vista questa elementare distinzione.

I cittadini non hanno bisogno di assistere a una gara per stabilire chi debba appuntarsi una medaglia sul petto. Hanno bisogno di amministrazioni capaci di programmare, decidere, affrontare le criticità e, soprattutto, concludere ciò che viene iniziato.

La differenza tra amministrare e raccontare di aver amministrato è tutta qui.

E c'è qualcosa di involontariamente comico nel vedere chi ha partecipato al governo della città negli anni delle lunghe attese trasformarsi oggi in meticoloso cronista dei meriti altrui e dei propri.

Per carità, ben venga l'intrattenimento. Dopo tante vicende amministrative, qualche risata ce la siamo anche meritata. Purché non si pretenda di scambiare la comicità per informazione e, soprattutto, la rivendicazione dei meriti per un esercizio di memoria storica.

Perché la memoria di una città non è una tovaglia che si può cambiare a seconda degli invitati.

La tavola sarà pure apparecchiata, ma il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

E sarebbe davvero il colmo se, dopo averli lasciati per anni a stomaco vuoto, qualcuno pretendesse adesso anche i complimenti allo chef.

Magari con una recensione a cinque stelle.

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