Politica

13 milioni di Sì, 6 punti di distanza: la ferita aperta del referendum

Difendere o cambiare? Il NO vince, ma l’Italia non è in pace con la giustizia

di Francesco Nicolò - 24 marzo 2026 14:01

Il risultato del referendum consegna un dato politico chiaro: ha vinto il NO. Ma fermarsi al dato numerico sarebbe un errore. Perché ciò che emerge davvero è una contraddizione profonda, quasi paradossale, tra i territori che più soffrono le distorsioni del sistema giudiziario e la scelta di conservarlo.

Nelle aree del Paese a più alta esposizione al rischio malavitoso, dove la presenza della criminalità organizzata incide sulla vita economica e sociale, il rifiuto della riforma è stato più netto. È qui che il risultato interroga la coscienza civile prima ancora che quella politica. Perché la domanda è inevitabile: si è votato per convinzione o per timore?

Il sistema giudiziario italiano è da anni oggetto di critiche non solo politiche ma anche tecniche: tempi lunghi, meccanismi interni poco trasparenti, dinamiche correntizie che spesso sfuggono al controllo pubblico. In questo contesto, ogni proposta di riforma dovrebbe essere valutata per ciò che è, non per ciò che si teme possa diventare.

E invece ha prevalso un riflesso difensivo. La paura che cambiare potesse peggiorare le cose ha superato la volontà di provare a migliorarle. È una dinamica comprensibile, soprattutto in territori dove il rapporto con lo Stato è storicamente fragile, ma resta una dinamica che rischia di cristallizzare proprio quelle inefficienze che più si denunciano.

In questo scenario si inserisce anche la posizione della sinistra, che ha guidato il fronte del NO non tanto entrando nel merito della riforma, quanto alimentando un timore: quello di una possibile subordinazione della giustizia al potere politico. Un argomento forte, storicamente radicato, ma che in questa occasione è rimasto più evocato che dimostrato.

Si è parlato molto dei rischi esterni — l’ingerenza del governo, la perdita di indipendenza — ma poco dei rischi interni al sistema, altrettanto rilevanti: logiche correntizie, meccanismi di cooptazione, dinamiche opache all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura. Il risultato è stato uno squilibrio nel dibattito, dove la paura del cambiamento ha oscurato la necessità di interrogarsi sulle criticità già esistenti.

Da qui nasce una riflessione politica più ampia. Storicamente, la sinistra è stata percepita come il punto di riferimento del lavoro, della tutela sociale, dei diritti dei lavoratori. Oggi sembra emergere, almeno su questi temi, un diverso accostamento: quello tra sinistra e sistema della giustizia, inteso non solo come difesa dei principi, ma anche come difesa dell’assetto esistente.

È uno slittamento che merita attenzione. Perché difendere l’indipendenza della magistratura è un valore fondamentale, ma farlo senza distinguere tra principio e funzionamento concreto del sistema rischia di trasformare una battaglia di garanzia in una posizione conservativa.

Il punto, allora, non è stabilire se la riforma fosse perfetta. Nessuna riforma lo è. Il punto è interrogarsi sull’incongruenza di un sistema che, pur mostrando limiti evidenti, viene difeso con maggiore forza proprio dove quei limiti pesano di più. È una difesa consapevole o è il segno di una sfiducia così radicata da trasformarsi in immobilismo?

A rendere ancora più evidente questa frattura contribuisce anche ciò che si è visto nelle piazze all’indomani del voto. I cori, i richiami a Bella ciao, i festeggiamenti di una parte della magistratura non sono stati percepiti da tutti come la semplice espressione di una vittoria. Per alcuni hanno rappresentato la difesa di un principio; per altri, l’immagine di un sistema che celebra se stesso senza interrogarsi.

È qui che si apre una questione delicata. Perché quando chi è chiamato a garantire equilibrio e imparzialità appare, anche solo simbolicamente, come parte in festa, il rischio non è tanto quello di aver evitato un pericolo o di voler “dare una lezione” alla politica. Il rischio vero è un altro: alimentare nell’opinione pubblica la percezione di una distanza, se non addirittura di una contrapposizione, tra istituzioni che dovrebbero invece restare in equilibrio.

La vittoria del NO, con circa 53,2% dei voti contro 46,8%, non può oscurare un altro dato: i sostenitori del SÌ sono stati oltre 13,2 milioni, una componente significativa dell’elettorato che non può essere liquidata come marginale. Nonostante la maggioranza, il distacco non è netto: il SÌ non è una minoranza residuale, ma una forza rilevante che apre una ferita interna e segnala divisioni profonde nella società e nella politica italiana.

La politica, da parte sua, ha grandi responsabilità. Il fronte del cambiamento si è presentato diviso, poco incisivo, incapace di parlare un linguaggio comprensibile e vicino alle persone. Non ha saputo spiegare perché quella riforma fosse necessaria, né quali benefici concreti avrebbe portato. E quando una proposta non viene compresa fino in fondo, diventa inevitabilmente sospetta.

Ma questo non esaurisce la questione. Perché resta il nodo di fondo: è sostenibile, nel lungo periodo, continuare a difendere l’esistente in contesti in cui la giustizia rappresenta uno degli snodi più delicati per la legalità e lo sviluppo?

Difendere lo status quo, in nome della prudenza, può apparire rassicurante nel breve periodo. Ma nel lungo rischia di tradursi in una rinuncia: rinuncia a correggere distorsioni, rinuncia a rendere più trasparente il sistema, rinuncia a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Il referendum, dunque, non chiude il tema. Lo riapre, forse in modo ancora più urgente. Perché se il cambiamento non passa, ma i problemi restano, la vera questione diventa un’altra: quanto a lungo un sistema percepito come imperfetto può reggere senza perdere definitivamente credibilità?

È su questa domanda che la politica dovrà misurarsi. E questa volta, senza alibi.