Piani, vincoli e nessuna opera: così Henry travolge la costa ionica
La Calabria ha scambiato la tutela con l’abbandono
di Francesco Nicolò - 25 gennaio 2026 14:18
Un equivoco che in Calabria sta diventando alibi. Si chiama “vincolo”.
- Vincolo idrogeologico.
- Vincolo paesaggistico.
- Vincolo ambientale.
- PAI.
- Piano di bacino.
- Ferroviario, Forestale, Natura 2000, Via, Vinca..
Autorità, pareri, sovrintendenze.
Una parola che dovrebbe significare attenzione è diventata sinonimo di immobilismo. Come se bastasse tracciare una linea rossa su una carta per fermare il mare.
Come se una perimetrazione potesse bloccare una frana. Come se un divieto amministrativo potesse reggere contro la fisica. La natura non legge i decreti.
E intanto il territorio si spezza.
Il grande fraintendimento
I vincoli non nascono per dire “qui non si tocca”. Nascono per dire: “qui bisogna intervenire meglio”.
Sono indicatori di rischio, non certificati di abbandono.
Un’area classificata R4 non è un posto dove lo Stato si lava le mani. È un posto dove lo Stato dovrebbe correre. Invece in Calabria succede l’opposto.
Più cresce il rischio, più aumenta la burocrazia. Più servirebbe velocità, più arrivano pareri. Più il territorio è fragile, più le procedure si fanno lente. Il risultato è paradossale: le zone più pericolose diventano quelle dove si interviene meno.
L’arte tutta calabrese di “mettere il vincolo e scappare”. Funziona così: Si redige il piano. Si classificano le aree.Si scrivono relazioni tecniche impeccabili.Si pubblicano cartografie dettagliate.
Poi? Poi niente. Nessun cantiere.
Il vincolo diventa un gesto burocratico di autodifesa:“l’abbiamo segnalato, ora non è più responsabilità nostra”. Ma non è questo il ruolo delle istituzioni. Non basta dichiarare il dissesto.Bisogna risolverlo. Altrimenti è come mettere un cartello “strada pericolosa” e lasciare la buca lì per vent’anni.
A cosa servono allora Regione, Province, Autorità di Bacino? Domanda semplice. Risposta scomoda.Se gli enti pubblici si limitano a: imporre vincoli,chiedere pareri, bloccare autorizzazioni,produrre piani su piani,ma non trasformano quei piani in opere, allora non stanno governando il territorio.
Lo stanno solo descrivendo.
E descrivere un problema non significa risolverlo. Un’Autorità di Bacino che mappa i rischi ma non accelera gli interventi è un ufficio studi. Una Regione che finanzia progetti ma non apre cantieri è un ragioniere. Una Sovrintendenza che tutela il paesaggio ma lascia crollare le coste tutela il nulla.
Perché non c’è paesaggio senza territorio stabile. Non c’è tutela dentro il dissesto.
Il paradosso dei fondi europei
C’è la beffa. L’Europa manda i soldi. Milioni.
Per difesa del suolo, erosione costiera, mitigazione del rischio.Risorse nate per proteggere i luoghi. E quei soldi dove finiscono? Non sulle spiagge. Non sugli argini. Non nelle scogliere. Restano sulle scrivanie.
Tra la proposta e il progetto. Tra il progetto e il parere.Tra il parere e la conferenza dei servizi. Un viaggio infinito dentro gli uffici, senza mai arrivare sul campo. È la metafora perfetta delle nostre amministrazioni: finanziamenti che camminano nei corridoi ma non toccano mai la terra.
E intanto chi paga?
Pagano i Comuni, con le somme urgenze. Pagano i cittadini, con le case a rischio. Pagano le imprese, con stagioni turistiche dimezzate. Paga lo Stato, che spende tre volte tanto dopo ogni emergenza. Spendiamo dopo, male e di fretta, quello che avremmo potuto spendere prima, bene e una volta sola. Non è solo inefficienza. È spreco strutturale di denaro pubblico.
La verità che brucia
La Calabria non è ferma per mancanza di fondi. È ferma perché ha trasformato la tutela in burocrazia. Perché ha scambiato il controllo con l’inerzia. Perché ha dimenticato che il compito dello Stato non è mettere timbri.
È fare opere.
Un vincolo senza intervento è solo carta. E la carta, contro il mare, non regge. Qui non è in gioco un progetto. È in gioco il diritto a restare.
La Calabria è fatta così.Montagne che crollano. Fiumare che corrono. Coste che arretrano. Negarlo significa negare la realtà. Ma soprattutto significa accettare una cosa terribile: che vivere qui diventi impossibile.
Perché se non difendi il suolo, perdi le case. Perdi le strade. Perdi il turismo. Perdi l’economia. Perdi la gente.
Non è solo erosione. È spopolamento
Non è onesto puntare il dito solo verso l'impostazione burocratica dei territori. Occorre anche una valutazione lucida dei limiti tecnici ed economici della protezione e della speculazione operata su aree instabili.
Esiste infatti una soglia oltre la quale non è più realistico pensare di contrastare gli eventi esclusivamente con barriere, dighe o opere di contenimento: quando l’energia in gioco supera determinate capacità di progetto, la sicurezza non può essere garantita per semplice incremento delle difese. In questi casi la strategia deve cambiare paradigma, passando dalla logica del contrasto a quella dell’adattamento: riduzione dell’esposizione, arretramento delle funzioni vulnerabili, delocalizzazione selettiva e pianificazione dell’uso del suolo coerente con il rischio reale.
La resilienza del territorio non si costruisce soltanto aggiungendo opere di protezione, ma riducendo la vulnerabilità complessiva del sistema.
Ricostruire negli stessi luoghi con le stesse modalità si può accettare sapendo che riaccadrà. Ma tra il dire e fare i territori devono riprendere a respirare, l'accessibilità deve essere ripristinata, i sottoservizi ricuciti e le barriere di mitigazione l'ennesimo capitolo da rimandare.