Reggio Calabria: Fontana Ferma, lettura critica della nuova opera
Realizzata dall'artista Pizzi Cannella si inserisce in un dialogo culturale importante con la città di Messina
di Elisabetta Marcianò - 03 luglio 2026 08:48
Quando un'opera di arte pubblica riesce a instaurare un dialogo con il luogo che la ospita, smette di essere un semplice oggetto collocato nello spazio e diventa parte integrante del paesaggio. È questa la sensazione che ho avuto osservando l'installazione delle 4 grandi giare poste davanti al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e inaugurate ieri. L'opera è interessante a partire già dal titolo: Fontana Ferma. Realizzata dall'artista Piero Pizzi Cannella si inserisce in un dialogo culturale importante con la città di Messina, in quanto la stessa opera è stata inaugurata, è stata svelata ieri mattina.
La scelta della giara non è affatto casuale. È una forma archetipica della cultura mediterranea, un contenitore che attraversa la storia e che rimanda immediatamente alla conservazione, al viaggio, allo scambio e alla memoria. Di fronte a un museo che custodisce alcune delle testimonianze più importanti della Magna Grecia, questa presenza assume un valore che va oltre la semplice citazione dell'antico. Non cerca di imitare il repertorio archeologico, ma ne rielabora il linguaggio attraverso un lessico contemporaneo.
Ciò che considero più interessante è però la relazione che l'opera costruisce con il contesto. Alla sua sinistra si trova una vera fontana, un elemento che modifica completamente la lettura dell'installazione. Le giare, nate storicamente per contenere l'acqua, sembrano ritrovare la loro funzione originaria proprio attraverso la vicinanza con l'acqua in movimento. È un dettaglio che potrebbe passare inosservato, ma che a mio avviso rappresenta il fulcro poetico dell'intervento: il contenitore dialoga con il suo contenuto, l'oggetto con la sua memoria d'uso. È una relazione silenziosa, mai didascalica, che restituisce senso all'intero spazio.
Anche il rapporto con la piazza è risolto con grande equilibrio. Il materiale scelto richiama la terracotta senza cadere nella riproduzione archeologica e, allo stesso tempo, trova una naturale continuità con gli altri elementi dell'arredo urbano. Le grandi fioriere, le sedute, la pavimentazione lapidea e il verde condividono una stessa grammatica visiva. Nulla appare estraneo o imposto; al contrario, l'installazione sembra appartenere a questo luogo da sempre.
Apprezzo anche la scelta di lavorare sulla scala. La giara è un oggetto quotidiano, quasi domestico, che qui viene monumentalizzato senza perdere la propria identità. Questo cambio di dimensione modifica la percezione dello spettatore, costringendolo a osservare una forma familiare con uno sguardo nuovo. È un procedimento tipico dell'arte contemporanea, ma qui è utilizzato con misura, senza effetti spettacolari.
Ritengo che il valore dell'opera risieda soprattutto nella sua capacità di estendere idealmente il museo oltre la soglia dell'edificio. La piazza non è più un semplice spazio di passaggio, ma diventa il primo capitolo del racconto museale. Il visitatore incontra il simbolo prima ancora del reperto, la memoria prima della collezione.
In un momento storico in cui molta arte pubblica tende a imporsi sul contesto attraverso il gesto iconico o l'effetto scenografico, questa installazione sceglie una strada diversa: costruisce relazioni. E credo che sia proprio questa la sua qualità più convincente. Non pretende di dominare lo spazio, ma lo interpreta, lo completa e gli restituisce una profondità culturale che nasce dall'ascolto del luogo e della sua storia. È un esempio di come un'opera contemporanea possa essere profondamente attuale senza rinunciare al dialogo con la memoria.