Attualità

Il caso Signorini e il doppio standard che assolve gli uomini

Agli uomini si concede la complessità. Alle donne si assegna la colpa.

di Elisabetta Marcianò - 05 gennaio 2026 09:52

In Italia il successo femminile non è mai un dato di fatto. È un’anomalia da spiegare, un evento da giustificare, un risultato che deve avere una causa ulteriore rispetto al merito. Quando una donna emerge, la domanda non è quanto è capace, ma come ci è arrivata. Quando emerge un uomo, la domanda non si pone.

È un riflesso culturale antico e persistente: alle donne si chiede conto, agli uomini si concede credito. Se una donna ambisce alla visibilità è sospetta. Se è ambiziosa è giudicata. Se punta sul cervello è definita fredda, mascolina, priva di fascino. Se cura l’immagine è accusata di esibizionismo. Se è bella e intelligente insieme, semplicemente non torna. E ciò che non torna va messo in discussione.

Agli uomini, invece, viene riconosciuta una legittimità preventiva. L’ambizione è leadership. L’esposizione è carisma. L’uso delle relazioni è strategia. Nessuna moralizzazione, nessuna richiesta di spiegazioni.

Questo stesso doppio standard si manifesta con ancora maggiore evidenza quando entrano in gioco sesso e potere. Il caso Signorini ne è stato una dimostrazione plastica. L’indignazione pubblica si è concentrata su un singolo uomo, mentre gli altri uomini coinvolti sono stati assorbiti da una narrazione, quasi del tutto indulgente: adulti consenzienti trasformati in figure marginali, quasi passive, come se la responsabilità fosse un attributo opzionale.

Un trattamento che difficilmente sarebbe stato riservato a delle donne.

Se al loro posto ci fossero state figure femminili, il giudizio sarebbe stato immediato e definitivo. Non coinvolte, ma adescatrici. Non consenzienti, ma calcolatrici. Non parte di una dinamica di potere, ma colpevoli di averla sfruttata. Alle donne, anche nel consenso, non viene riconosciuta innocenza morale.

Agli uomini si concede la complessità. Alle donne si assegna la colpa.

È lo stesso schema che trasforma una scorciatoia maschile in furbizia e una femminile in disonestà. Che assolve il desiderio maschile come debolezza comprensibile e condanna quello femminile come strategia. Che permette all’uomo di restare individuo e costringe la donna a diventare categoria.

Non si tratta di singoli casi né di polemiche contingenti. È un impianto culturale che continua a operare sotto traccia, orientando il giudizio collettivo, decidendo chi può sbagliare e chi no, chi merita fiducia e chi sospetto.

Siamo ancora qui. Nonostante il linguaggio corretto, le dichiarazioni di principio, le battaglie nominali. Ancora immersi in una cultura che accetta il potere maschile come naturale e quello femminile come eccezione da giustificare.

E finché una donna dovrà dimostrare di meritare ciò che a un uomo viene riconosciuto per default, il problema non saranno gli scandali. Sarà lo sguardo che continuiamo a chiamare normalità.

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