Quando il mare è vietato, una riflessione non può fermarsi al cartello di divieto
Insorgono i comitati dei cittadini ma gli imprenditori in silenzio
di Francesco Nicolò - 16 giugno 2026 14:11
Ogni volta che un tratto di costa viene interessato da un divieto di balneazione, l’attenzione si concentra giustamente sulla tutela della salute pubblica. È un principio che non può essere messo in discussione: se le condizioni delle acque non garantiscono la sicurezza dei bagnanti, le amministrazioni hanno il dovere di intervenire e di informare i cittadini.
Difronte quel cartello che vieta l’ingresso in mare, si deve aprire una riflessione più ampia con tutti i soggetti istituzionali coinvolti.
Le spiagge appartengono alla collettività. La loro occupazione da parte di uno stabilimento balneare rappresenta una limitazione dell’uso libero del bene pubblico che trova la propria ragione nell’interesse generale: offrire servizi, garantire sicurezza, valorizzare il territorio e favorire la fruizione del mare.
Ma se il mare non può essere utilizzato, almeno per un periodo significativo, quell’equilibrio originario può rimanere immutato? Non si tratta di mettere in discussione il ruolo dei concessionari, che anzi spesso rappresentano una componente fondamentale dell’economia turistica locale. Molti di loro hanno investito risorse, creato posti di lavoro e programmato la propria attività confidando nella piena fruibilità del tratto di costa affidato. E proprio per questo appare legittimo chiedersi se sia giusto che le conseguenze economiche di situazioni non dipendenti dalla loro volontà ricadano esclusivamente sulle imprese.
La questione deve necessariamente riguardare, le amministrazioni chiamate ad interrogarsi su un aspetto prevalente: fino a che punto è giustificata la compressione dell’uso pubblico di una spiaggia quando viene meno la funzione principale per la quale quella concessione era stata rilasciata?
Una questione di principio, equilibrio e ragionevolezza che non può essere affrontata con un semplice automatismo. Un divieto temporaneo dovuto a un episodio contingente è una cosa; ben diverso è il caso di situazioni che si ripetono negli anni o che derivano da criticità strutturali mai definitivamente risolte.
Le responsabilità delle istituzioni. Comuni, Regione, Autorità marittime e tutti gli enti competenti dovrebbero avviare una riflessione comune non solo sulle cause che determinano i divieti di balneazione, ma anche sugli effetti che questi producono sul sistema delle concessioni e sull’economia delle località costiere.
Se per un aspetto è opportuno giustificare la compressione dell’utilizzo del bene demaniale non pienamente fruibile o con forti limitazioni temporali e di spazi, deve esistere un meccanismo di compensazione per i concessionari penalizzati da problemi che non hanno provocato?
È opportuno prevedere forme di riduzione dei canoni nei casi più gravi? E ancora, quando una situazione di non balneabilità si protrae nel tempo, l’interesse pubblico originario che giustifica l’occupazione esclusiva di un bene collettivo deve continuare a permanere nelle stesse forme?
La questione merita di entrare nel dibattito pubblico senza contrapposizioni e senza pregiudizi. Perché un divieto di balneazione non rappresenta soltanto una criticità ambientale. È anche un tema che investe la programmazione del territorio, la gestione del demanio, la tutela delle imprese e, soprattutto, il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
C’è poi un ulteriore aspetto che merita una riflessione e che chiama direttamente in causa le amministrazioni comunali, titolari della pianificazione del demanio marittimo attraverso i Piani Spiaggia.
La scelta di quali tratti di arenile destinare a stabilimenti balneari e quali, invece, mantenere alla libera fruizione non è casuale, ma rappresenta una precisa responsabilità pubblica. È il Comune, infatti, a definire l’equilibrio tra interesse economico, tutela ambientale e diritto dei cittadini ad accedere al mare.
Proprio per questo, quando emergono situazioni di divieto di balneazione o criticità persistenti, appare legittimo chiedersi se non debba essere la stessa amministrazione a riconsiderare la destinazione di determinati tratti di costa. La selezione delle spiagge da inserire nel Piano Spiaggia e da destinare alle concessioni dovrebbe tener conto non soltanto dell’estensione dell’arenile, ma anche della concreta e stabile vocazione balneare delle aree interessate.
In altre parole, se un tratto di mare presenta nel tempo problematiche ricorrenti tali da limitare la balneazione, esempio litorale sud non balneabile, litorale centrale non balneabile si può riservare l’utilizzo del bene residuo esclusivamente al concessionario?
La domanda che le amministrazioni sono chiamate a porsi è dunque semplice: è ancora attuale la scelta pianificatoria compiuta in passato nel momento in cui tratti di bene demaniale non sono più fruibili? Oppure occorre ripensare la destinazione di alcuni tratti costieri, garantendo da un lato la tutela delle imprese che hanno investito legittimamente e dall’altro una più corretta utilizzazione del patrimonio collettivo?
Perché il demanio marittimo non è una risorsa immutabile e deve essere costantemente governato e adattato alle mutate condizioni ambientali e alle esigenze della collettività.