Sara non è solo Sara: dove non c'è soglia, c'è l'abisso
Il tempo della facile morte
di Vincenzo Maria Romeo - Pisichiatra Psicoterapeuta- - 04 aprile 2025 07:47
Il nome di Sara continua a riecheggiare, e risuonano voci, infinite, rotte…sradicate, come dal vento in un attimo qualsiasi. Basta un giorno qualsiasi, in una sisituazione comune, dietro un “no” legittimo, a consentire una deriva di morte, di silenzio, assordante e deflagratorio, quale compimento “normale” di qualsiasi riconoscimento richiesto.
In questo scenario, non siamo più in grado di tollerare il conflitto, la perdita, il rifiuto, la delusione – tutte esperienze fondamentali nel processo di crescita psichica che si dovrebbe esperire a certe età – e si affida la gestione del proprio dolore al “cancellare” chi lo ha “provocato”, fosse anche un pensiero delirante o interpretativo di qualsiasi realtà. Da un punto di vista psichiatrico ormai non è più spiegabile questo continuo spezzarsi di vite con una diagnosi individuale (disturbo narcisistico, borderline, antisociale)…abbiamo bisogno di una lettura più ampia, sistemica, culturale.
Accessibilità dei contenuti di morte: l’assuefazione come anestesia psichica
Viviamo in un tempo in cui la morte è onnipresente: nei media, nelle serie TV, nei videogiochi, nei social. La morte è spettacolarizzata, disumanizzata, esteticizzata. Ma soprattutto è “accessibile”. È vicina. È un’opzione. Questa accessibilità modifica profondamente la soglia di tolleranza verso l’idea stessa della distruzione dell’altro, perché posso pensare possibile ciò che processo, e se non è un contenuto della mia mente, non lo elaboro come possibile. Tutti siamo in grado di approcciare, vedere e sentire di morte? No, nessun contenuto è democratico, nessun contenuto è per tutti
Il soggetto moderno, immerso in un ecosistema comunicativo dove la morte è continuamente esibita come gesto risolutivo, può introiettare – spesso inconsapevolmente – l’idea che l’eliminazione dell’altro non sia un tabù, ma una forma estrema e legittima di affermazione di sé. Questo scivolamento semantico dalla morte come evento ontologico alla morte come gesto funzionale è ciò che in psichiatria potremmo definire “anestesia simbolica”.
In tale anestesia, il contenuto di morte perde la sua portata tragica, esistenziale, e si riduce a una soluzione tecnica, operativa. Il soggetto non “soffre” più per la perdita dell’altro: lo “rimuove” come un oggetto malfunzionante.
Mentalizzare, d’altra parte, significa saper riconoscere e rappresentare mentalmente i propri stati interni e quelli altrui, differenziandoli ma integrandoli. È un’abilità che si costruisce precocemente nella relazione con figure primarie capaci di rispecchiare, contenere, nominare le emozioni del bambino.
Quando questo processo è assente o gravemente distorto, il soggetto cresce con un assetto interno rigido, dicotomico: l’altro è o tutto buono o tutto cattivo; la relazione è fusione o abbandono; il conflitto è catastrofe. In tali contesti, il pensiero non riesce a elaborare la frustrazione, e l’emozione si trasforma in impulso.
Deumanizzazione: il vissuto dell’altro come intralcio alla propria autoregolazione
La relazione psichica con l’altro si costruisce fin dall’infanzia attraverso l’esperienza della separatezza. L’altro è colui che resiste, che differisce, che frustra. Ma nell’epoca della performatività, dell’autorealizzazione a tutti i costi, l’altro – soprattutto se è portatore di bisogni, limiti, desideri propri – viene sempre più percepito come ostacolo alla piena realizzazione del sé.
Questo meccanismo psichico, che in molti soggetti rimane a livello latente o simbolico, può diventare agito nei casi in cui la struttura di personalità sia fragile, rigida, narcisisticamente investita. In tali configurazioni, il vissuto dell’altro non viene più elaborato come parte della relazione, ma come elemento persecutorio, disturbante, da eliminare.
È in questo scenario che il concetto di “deumanizzazione” diventa centrale. Deumanizzare l’altro significa spogliarlo della sua identità, del suo dolore, della sua soggettività. Significa trasformarlo in una sagoma, in un simbolo del proprio malessere, in un nemico interiore da estinguere. Ecco che il partner, l’ex compagna, la donna che “rifiuta”, non è più una persona, ma una minaccia simbolica alla stabilità psichica del soggetto.
La fatica relazionale, l’ambivalenza dei sentimenti, l’incertezza affettiva – esperienze tipiche di ogni legame umano profondo – sono vissute sempre più come qualcosa di inaccettabile, da evitare, da risolvere in fretta.
È in questo clima che nasce una sorta di “rifiuto emotivo dell’altro”, una crisi della soggettività relazionale. L’altro – partner, amico, figlio, collega – non è più un “tu” da accogliere nella sua alterità, ma un riflesso del mio bisogno di benessere. La relazione, svuotata della sua densità simbolica, diventa funzione della mia autoregolazione emotiva.
Se l’altro smette di corrispondermi – se mi contraddice, mi rifiuta, mi abbandona – il rischio, per personalità fragili o disfunzionali, è di vivere tale esperienza come un collasso identitario. Ecco che il disagio, non più pensabile o mentalizzabile, si converte in atto: dalla rottura del legame al gesto estremo, il passaggio può diventare brevissimo, soprattutto se mediato da una cultura che normalizza la vendetta, estetizza la violenza, feticizza l’onnipotenza.
Il rimedio: responsabilità collettiva e nuovi spazi di relazione
Di fronte all’orrore di episodi come quello dell’uccisione di Sara, la reazione più immediata e comprensibile è spesso quella dell’indignazione o della condanna morale. Ma per quanto doverosa, questa reazione rischia di restare sterile se non è accompagnata da una riflessione sulla responsabilità collettiva nella costruzione – o nel fallimento – dei contesti relazionali.
Non esistono gesti così estremi che non siano preceduti da silenzi, omissioni, deserti relazionali. Un gesto che arriva a spezzare una vita è sempre la manifestazione finale di una lunga catena di assenze: assenza di ascolto, di contenimento, di simbolizzazione, di regole, di strutture, di comunità.
Il rimedio, dunque, non può consistere soltanto nell’inasprimento delle pene o nella punizione del colpevole. Deve includere la “ricostruzione di spazi e tempi relazionali”, in cui l’altro non sia un pericolo da neutralizzare, ma un soggetto da incontrare. Spazi in cui il conflitto sia pensabile, in cui la frustrazione sia tollerabile, in cui l’identità personale non si costruisca attraverso l’eliminazione dell’altro, ma nel confronto e nella differenza.
Serve una “rieducazione alla relazione”, ma soprattutto una “rinascita della responsabilità condivisa”: familiare, educativa, istituzionale. Il legame, per potersi strutturare, ha bisogno di cornici, di riti, di confini. Senza questi elementi, la relazione diventa pura esposizione: o fusione indifferenziata, o scontro tra soggetti soli.
Il vuoto dei ruoli: la crisi del verticale e la scomparsa della soglia
Un aspetto drammatico del nostro tempo è l’ ”erosione del principio verticale” nella trasmissione affettiva e simbolica. I genitori non sono più – o non si sentono più – portatori di un sapere affettivo da trasmettere. Gli educatori temono il ruolo dell’autorità. Gli adulti stessi spesso si relazionano ai giovani come coetanei, in un’illusione di parità che cancella le soglie e annulla i passaggi.
In psico-antropologia, la soglia è fondamentale. È il luogo del rito, del limite, della trasformazione. Ma senza soglie non c’è passaggio, e senza passaggio non c’è crescita. Il soggetto resta “bloccato” in una perenne adolescenza affettiva, incapace di elaborare la perdita, di tollerare la differenza, di trasformare la rabbia in parola.
La perdita delle soglie è anche perdita della protezione: non esistono più luoghi simbolici dove l’angoscia possa essere accolta e trasformata. La famiglia spesso è luogo di silenzi o di co-dipendenze; la scuola è sovraccarica, disorientata; i contesti digitali sono spazi in cui tutto è possibile, ma nulla è contenuto. E allora il disagio dilaga, e l’accesso alla distruttività diventa immediato, privo di mediazioni.
Allontanarsi da ciò che va preservato: l’urgenza etica della distanza
La società contemporanea fatica a stabilire cosa debba essere “preservato”, perché ha paura della distanza, della rinuncia, del limite. Ma ci sono contenuti – emotivi, simbolici, morali – che devono restare “inaccessibili”, non perché siano tabù repressivi, ma perché sono fondamentali alla tenuta simbolica del legame umano.
Uno di questi è la “morte dell’altro come atto legittimo di autoregolazione emotiva”. Normalizzare o anche solo tollerare il pensiero che si possa “stare meglio” togliendo di mezzo qualcuno – partner, genitore, amico – significa erodere le basi dell’etica condivisa.
È necessaria una “etica della soglia”, che non è moralismo, ma riconoscimento del fatto che non tutto può essere mostrato, detto, agito. Alcune dimensioni psichiche, come l’odio primitivo, l’impulso alla distruzione, la pulsione di annullamento, devono poter essere “trattenute” per essere elaborate. Senza contenitori simbolici che sappiano custodirle, queste energie esplodono, e diventano agito mortale.
L’etica in questo senso è funzione psichica: è la capacità di sapere che ci sono limiti che non vanno superati, non per paura della punizione, ma per rispetto della vita come spazio comune. Costruire questa etica richiede “luoghi” (scuole, centri giovani, servizi, famiglie, comunità) e “tempi” (ritmi, attese, ascolto) in cui la parola torni a essere alternativa all’azione, e il dolore diventi narrabile prima che esploda in violenza.
La ricostruzione del legame come antidoto alla morte agita
L’omicidio di Sara, come quello di tante altre donne prima di lei, ci interroga nel profondo. Non soltanto su “chi” sia stato il colpevole, ma su “cosa” non ha funzionato nella rete simbolica che avrebbe dovuto proteggerla. Ci chiede di riflettere non solo sulla psiche del singolo, ma sulla “psiche collettiva”: su quanto siamo stati in grado – o incapaci – di trasmettere il valore della relazione come spazio di riconoscimento, non di distruzione.
Il rimedio non può che essere complesso e stratificato. Serve una psichiatria che sappia parlare con la pedagogia, con la filosofia, con la giustizia. Serve una clinica che non si fermi alla diagnosi, ma esplori le radici culturali e affettive del disagio. Serve una società che ricostruisca i passaggi, le soglie, i ruoli, senza paura del limite.
Ma soprattutto serve “una nuova alleanza educativa”, in cui ogni adulto si senta – nel proprio ruolo – custode del legame, protettore del senso, difensore dell’etica. Solo così potremo immaginare un futuro in cui la morte non sia più l’unico linguaggio possibile per gridare un dolore che nessuno ha saputo ascoltare.